giovedì 15 marzo 2012

INFORMAZIONI UNIVERSITARIE n. 6 18-03-2012


IN EVIDENZA: DDL SEMPLIFICAZIONI – CONTABILITA’ ECONOMICO-PATRIMONIALE – ABILITAZIONE SCIENTIFICA – RECLUTAMENTO – VALUTAZIONE – GOVERNANCE DEGLI ATENEI – LAUREE E CARRIERE PUBBLICHE – SANITA’ UNIVERSITARIA – CLASSIFICA T.H.E. DEGLI ATENEI – CONGRESSO USPUR – CONVEGNO AMPE





SOMMARIO

ATTUALITÀ LEGISLATIVE
    

v  ULTERIORI SEMPLIFICAZIONI IN MATERIA DI UNIVERSITÀ IN SEDE DI CONVERSIONE (DDL C. 4940) DEL DECRETO LEGGE “SEMPLIFICA ITALIA”
v  BILANCIO UNICO NEL SISTEMA UNIVERSITARIO. DLGS 18/12
v  CONTABILITÀ ECONOMICO-PATRIMONIALE NEL SISTEMA UNIVERSITARIO. DLGS 18/12
v  FINANZIAMENTI. VALORIZZAZIONE DELL'EFFICIENZA DELLE UNIVERSITÀ. DLGS 19/12
v  ACCREDITAMENTO DELLE SEDI E DEI CORSI DI STUDIO. DLGS 19/12
v  FINANZIAMENTI. FONDO DI FINANZIAMENTO ORDINARIO (FFO) 2012.
v  NORME RIGUARDANTI L’UNIVERSITÀ NEL DECRETO LEGGE SEMPLIFICAZIONE E SVILUPPO

ABILITAZIONE SCIENTIFICA

v   ABILITAZIONE SCIENTIFICA. PARERE POSITIVO DEL CONSIGLIO DI STATO
v  ABILITAZIONE SCIENTIFICA. LA “NORMALIZZAZIONE DELL'H-INDEX PER ETÀ”
v  ABILITAZIONE SCIENTIFICA. LENTO PROCEDERE ACCADEMICA»
                                                                                  
RECLUTAMENTO

v  RECLUTAMENTO. CHIAMATE DIRETTE IN AUMENTO. UN RECLUTAMENTO ALTERNATIVO ALL’ABILITAZIONE SCIENTIFICA
v  RECLUTAMENTO. PEREQUAZIONE DELLE RISORSE PER LE ASSUNZIONI DI PROFESSORI ASSOCIATI A FAVORE DELLE UNIVERSITÀ ESCLUSE DALLA RIPARTIZIONE DEI FONDI PER IL 2011
v  RECLUTAMENTO. SCHEMA DI DLGS CHE DISCIPLINA LA PROGRAMMAZIONE, IL MONITORAGGIO E LA VALUTAZIONE DELLE POLITICHE DI BILANCIO E DI RECLUTAMENTO DEGLI ATENEI
v  RECLUTAMENTO. DLGS PROGRAMMAZIONE, MONITORAGGIO, VALUTAZIONE E   RECLUTAMENTO. DOCUMENTO DELLA CRUI
v  RECLUTAMENTO. DLGS PROGRAMMAZIONE, MONITORAGGIO, VALUTAZIONE E RECLUTAMENTO. DOCUMENTO DEL CUN

RICERCA

v  RICERCA. VQR 2004-2010: CRITERI DEI GEV (GRUPPI DI ESPERTI DELLA VALUTAZIONE)
v  RICERCA. LA VALUTAZIONE DEI RISULTATI DELLA RICERCA NELL’AMBITO DELLE SCIENZE GIURIDICHE
v  RICERCA. COME VALUTARE LE RIVISTE UMANISTICHE
v  RICERCA. VALUTAZIONE DELLA QUALITÀ DELLA RICERCA. INDIVIDUARE LE RIVISTE PIÙ IMPORTANTI PER OGNI SETTORE SCIENTIFICO
v  RICERCA. IL C.D. PARADOSSO ITALIANO
v  RICERCA. DIMINUISCONO GLI STUDI CLINICI
v  RICERCA. VALUTAZIONE DELLA QUALITÀ DELLA RICERCA. IL PARERE DEL PRESIDENTE DEL PANEL 11 DELL’ANVUR
v  RICERCA. VALUTARE IL CNR E GLI ENTI PUBBLICI DI RICERCA SEPARATAMENTE DALL’UNIVERSITÀ
v  RICERCA. CNGR (COMITATO NAZIONALE DEI GARANTI DELLA RICERCA). LA SELEZIONE DEI COMPONENTI
v  RICERCA. DOCUMENTO ANVUR PRECISA ASPETTI SIGNIFICATIVI DELLA VQR. CRITERI PER LA VALUTAZIONE DEI PRODOTTI DI RICERCA
v  RICERCA. VALUTAZIONE DELLA RICERCA IN AREA UMANISTICA: WORKSHOP INTERNAZIONALE
v  RICERCA. GEV (GRUPPI ESPERTI DI VALUTAZIONE). SINTESI DEI CRITERI PER LA VALUTAZIONE DEI PRODOTTI DI RICERCA
v  RICERCA. CRITICHE AI CRITERI DELLA VQR
v  RICERCA. LA SFIDA DELLA PRESENTAZIONE DI UN PRIN 2011
v  RICERCA. I RANKINGS DI RIVISTE NELLE SCIENZE UMANE
v  RICERCA. PROGRAMMA PER IL RECLUTAMENTO DI GIOVANI RICERCATORI «RITA LEVI MONTALCINI»
v  RICERCA. INIZIATIVE PER IL RIENTRO DEI CERVELLI

RIFORMA UNIVERSITARIA

v  RIFORMA GELMINI
v  RIFORMA. GLI ELEMENTI DI ROTTURA NELLA RIFORMA GELMINI
v  RIFORMA. LA GOVERNANCE DEGLI ATENEI NELLA RIFORMA GELMINI
v  RIFORMA. GOVERNANCE DEGLI ATENEI. DEMOCRAZIA E RESPONSABILIZZAZIONE DECISIONALE
v  RIFORMA. RILIEVI DEL MIUR AL NUOVO STATUTO DELL’UNIVERSITA’ LA SAPIENZA

ISTRUZIONE. LAUREE. PROFESSIONI

v  UNA SINTESI DELL’EVOLUZIONE DELL’ISTRUZIONE SECONDARIA E SUPERIORE
v  LAUREE. VALORE LEGALE DELLA LAUREA. PARTE IL 22 MARZO LA CONSULTAZIONE PUBBLICA
v  LAUREE. Il RAPPORTO FRA LAUREE E CARRIERE PUBBLICHE
v  LAUREE. LA LAUREA NEI CONCORSI PUBBLICI
v  LAUREE. LA DISOCCUPAZIONE AUMENTA TRA I GIOVANI LAUREATI. XIV RAPPORTO ALMALAUREA
v  ISTRUZIONE. UNA FORMAZIONE MENO GENERALISTA PER DIVENTARE SUPER-TECNICI
v  ISTRUZIONE. UNA FORMAZIONE PIÙ GENERALISTA SALVO CASI PARTICOLARI
v  ISTRUZIONE. NUOVI STRUMENTI INTERAMENTE BASATI SU INTERNET A LA SAPIENZA
v  ISTRUZIONE. PER LA CRESCITA INVESTIRE NELL’ISTRUZIONE
v  PROFESSIONI. MINI CAMBIAMENTI NEL DECRETO DEL GOVERNO

RETRIBUZIONI

v  RETRIBUZIONI. REVISIONE DEL TRATTAMENTO ECONOMICO DEI RICERCATORI NON CONFERMATI A TEMPO INDETERMINATO NEL PRIMO ANNO DI ATTIVITÀ
v  RETRIBUZIONI. RICERCATORI UNIVERSITARI A TEMPO INDETERMINATO NON CONFERMATI. RETRIBUZIONE D’INGRESSO
v  RETRIBUZIONI. AMBIGUITÀ SU ADEGUAMENTI STIPENDIALI DI RICERCATORI E PROFESSORI

VARIE



v  UNA SANITÀ UNIVERSITARIA RINNOVATA. NE PARLA IL MINISTRO BALDUZZI
v  UN APPELLO: L’UNIVERSITÀ CHE VOGLIAMO
v  INDAGINI SULL’ASSENTEISMO DEI DOCENTI IN LIGURIA
v  200 ESAMI FALSI NEL CERVELLONE ELETTRONICO DI UN ATENEO
v  UN INCONTRO TRA LAUREANDI E AZIENDE CREANDO REALI POSTI DI LAVORO
v  INCARICHI D’INSEGNAMENTO (ART. 6 L. 240/10) AI LETTORI E COLLABORATORI ED ESPERTI LINGUISTICI. MOZIONE DEL CUN
v  ACCORDO CRUI - REGIONI PER VALORIZZARE IL CAPITALE UMANO E RILANCIARE LO SVILUPPO
v  LA VALUTAZIONE DEI DOCENTI DA PARTE DEGLI STUDENTI
v  FAMELAB ITALIA, TALENT SHOW PER GIOVANI SCIENZIATI ABILI NELLA COMUNICAZIONE DELLA SCIENZA
v  INVENZIONI BREVETTATE DA RICERCATORI UNIVERSITARI
v  FERMI: IL NUOVO SUPERCOMPUTER DEL CINECA AL TOP IN EUROPA
v  CARTA DI ROMA. UN DOCUMENTO DI PRECARI DELLA RICERCA, DOCENTI E STUDENTI
v  STUDENTI. SOSTEGNO FINANZIARIO AGLI STUDI UNIVERSITARI
v  SCUOLA DI DOTTORATO GRAN SASSO SCIENCE INSTITUTE

EUROPA. ESTERO

v  UNA RADIO PER L'EUROPA
v  FRANCIA E GERMANIA. FACILITAZIONI PER IL RICONOSCIMENTO DELLE QUALIFICHE PROFESSIONALI CONSEGUITE ALL’ESTERO
v  FRANCIA. APPLICAZIONE DELLA LEGGE DEL 2007 (LRU) SULL’AUTONOMIA UNIVERSITARIA CON AUMENTO DEI POTERI AI RETTORI
v  SECONDO L’UE IL 3+2 (PROCESSO DI BOLOGNA) VA RAFFORZATO
v  VALORE LEGALE DEI TITOLI DI STUDIO ESTERI IN EUROPA
v  “LA NOTTE DEI RICERCATORI": LA SCIENZA APRE LE SUE PORTE AL GRANDE PUBBLICO
v  OPENAIRE. ACCESSO APERTO AI RISULTATI DELLA RICERCA EUROPEA
v  LA COMMISSIONE EUROPEA SELEZIONA UN PROGETTO EUROPLACEMENT DI TRE UNIVERSITÀ ITALIANE (UNIPR, UNIBO, UNICT)
v  BORSE DI STUDIO EUROPEAN RESEARCH COUNCIL (ERC)
v  ARABIA SAUDITA. SCONTRI ALL' UNIVERSITÀ DI ABHA. ALLIEVE CONTRO POLIZIA RELIGIOSA
v  TUNISIA. PER IL NO AL VELO PROFESSORI AGGREDITI                                       
v  CINA. NEL 2012 PER LA RICERCA DI BASE 26% IN PIÙ
v  I PRIMI 100 ATENEI DEL MONDO NELLA CLASSIFICA “T.H.E.” RESA NOTA IL 15 MARZO

UNIBO
           
v  UNIBO. DOPO UN ANNO OCCUPATO IL 46% DEI LAUREATI TRIENNALI MA IL 69% È PRECARIO
v  UNIBO. MEMORANDUM DI INTESA TRA L’ALMA MATER E L’UNIVERSITÀ PARIS IV SORBONNE
v   UNIBO. L'ALMA MATER INVESTE SU 33 RICERCATORI A TEMPO DETERMINATO
v   UNIBO A PORTATA DI APP

CONVEGNI

v  XIV CONGRESSO NAZIONALE U.S.P.U.R. 31 MARZO. FIRENZE
v  CONVEGNO A.M.P.E. LE NASCITE PRETERMINE: UN PROBLEMA CLINICO-SOCIALE. 29 MARZO. BOLOGNA

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La redazione di INFORMAZIONI UNIVERSITARIE
è a cura di Paolo Stefano Marcato
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ATTUALITÀ LEGISLATIVE


ULTERIORI SEMPLIFICAZIONI IN MATERIA DI UNIVERSITÀ IN SEDE DI CONVERSIONE (DDL C. 4940) DEL DECRETO LEGGE “SEMPLIFICA ITALIA”
La VII Commissione della Camera, esaminato, per le parti di propria competenza, il testo del disegno di legge C. 4940, di conversione in legge del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, recante «Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo»; preso atto della mozione approvata dal Consiglio universitario nazionale (CUN) nell’adunanza del 21 aprile 2011, con cui si chiede al Ministro «di autorizzare le università a concludere con l’assunzione le procedure concorsuali bandite nei casi in cui il rapporto tra spese fisse e il fondo di finanziamento ordinario avesse rispettato i limiti di legge al momento dell’emanazione del bando»; considerato che, al momento, non è ancora stata emanata una disciplina organica del sistema di programmazione, valutazione e finanziamento delle università, come prevista dalla legge di delegazione legislativa n. 240 del 2010, essendovi, inoltre, l’esigenza sostanziale di evitare incostituzionali disparità di trattamento tra idonei di uno stesso concorso, soltanto in ragione della diversa sede universitaria che procederebbe alla chiamata; rilevata la necessità e urgenza di consentire alle singole università di utilizzare le proprie risorse finanziarie – senza quindi alcun onere finanziario per l’erario – per completare le assunzioni degli idonei negli ultimi concorsi, senza che ciò sia impedito dal superamento della soglia del 90 per cento nel rapporto tra spese di personale e risorse del fondo di finanziamento ordinario, previsto dal comma 4 dell’articolo 51 della legge n. 447 del 1997, considerando che il suddetto limite non era stato superato nel momento in cui le università hanno avviato le procedure concorsuali e, pertanto, la disposizione della legge n. 447 del 1997, novellata dall’articolo 1, comma 1, del decreto-legge n. 180 del 2008, non dovrebbe ritenersi applicabile, come ricordato anche dal CUN nella citata mozione approvata nell’adunanza del 21 aprile 2011;
esprime parere favorevole con le seguenti condizioni:
1) con riguardo all’articolo 32, venga ripristinata quella parte della legge istitutiva del FIRST, che salvaguardava l’impegno statale a favore della libera ricerca di curiosità in tutte le discipline;
2) con riguardo all’articolo 48, si indichi la decorrenza anche con riferimento all’obbligo di iscrizione telematica di cui al comma 1;
3) con riguardo all’articolo 49 (Misure di semplificazione e funzionamento in materia di università), in attesa dell’entrata in vigore di una riforma organica del sistema di programmazione, valutazione e finanziamento delle università si preveda, per gli anni 2011 e 2012, ai fini della valutazione del limite previsto dall’articolo 51, comma 4, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, di non tener conto dei costi derivanti dagli incrementi per il personale docente e ricercatore delle università previsti dall’articolo 24, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, e dall’applicazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro del personale tecnico ed amministrativo, ricomprendendo inoltre, per gli anni 2010, 2011 e 2012, le spese per il personale universitario, docente e non docente che presta attività in regime convenzionale con il Servizio sanitario nazionale per due terzi tra le spese fisse obbligatorie previste dall’articolo 51, comma 4, della legge 27 dicembre 1997, n. 449;
4) con riguardo sempre all’articolo 49, si abroghi la quota riservata del 10 per cento delle borse di studio agli studenti residenti nella regione, di cui alla lettera o) dell’articolo 4, comma 3, della legge 240 del 2010; si reintroduca il vincolo di finanziare con borsa di studio almeno il 50 per cento dei posti di dottorato di ricerca attraverso l’abrogazione della lettera b) del comma 1 dell’articolo 19 della legge n. 240 del 2010; si elimini l’intervento in ordine alla mobilità dei professori e ricercatori; si precisino gli interventi sui professori a contratto e sui collaboratori alle ricerche, per evitare il ripresentarsi di situazioni di precariato sotto retribuito; non si estenda il piano straordinario associati ad altre fattispecie di chiamate dirette; le norme di selezione dei ricercatori a tempo determinato siano rese più adatte alle necessità delle università che competono a livello internazionale;
5) con riguardo specifico all’articolo 49, comma 1, lettera e), si chiarisca se l’intenzione sia quella di ammettere ai contributi previsti dalla legge n. 243 del 1991 solo le università telematiche già esistenti che mantengono i requisiti previsti dalla disposizione in commento.
Inoltre, si espliciti se il mantenimento dei requisiti ivi indicati sostituisca la previa valutazione positiva al termine del V anno di attività prevista dal DM n. 262/2004, ovvero se anche tale requisito permanga per la maturazione del diritto a ricevere i contributi. Si chiarisca, poi, perché si fa riferimento solo al mantenimento dei requisiti « previsti dai provvedimenti emanati ai sensi dell’articolo 5, comma 3, lettere a) e b) », e non anche a quelli di cui alle lettere c) e d), considerato che l’insieme degli stessi è stato declinato con l’Atto n. 396, approvato definitivamente dal Consiglio dei ministri il 20 gennaio 2011;
6) con riguardo all’articolo 54, si preveda che i bandi debbano essere pubblicati anche nella Gazzetta ufficiale, al pari di ciò che è previsto dall’articolo 49 del decreto in esame per la chiamata dei professori e per la stipula di contratti di ricerca a tempo determinato;
7) con riguardo all’articolo 54, si chiarisca inoltre che la sua utilizzazione è limitata ai progetti di ricerca europei o comunque finalizzati da enti esterni agli atenei, per evitare che si consolidi un’ulteriore sacca di lavoratori precari nella ricerca universitaria; e con le seguenti osservazioni:
a) con riguardo all’articolo 8, comma 4, per quanto riguarda la scelta di inserire anche i ricercatori nelle commissioni d’esame, si valuti l’opportunità di tener conto della riforma operata dalla legge n. 240 del 2010, che, infatti, ha soppresso la figura del ricercatore a tempo indeterminato, consentendo solo, dal 29 gennaio 2011, la stipula di contratti di ricerca a tempo determinato (articolo 24 e articolo 29, comma 1). Per quanto attiene invece alla formulazione del testo, considerato che il decreto-legge conferma il riferimento agli «istituti superiori», riferimento arcaico in quanto risalente al TU dell’istruzione superiore (R.D. 31 agosto 1933, n. 1592), il cui articolo 1 dispone che l’istruzione superiore è impartita nelle Regie università e nei Regi istituti superiori, indicati nelle annesse tabelle A e B, nonché nelle Università e negli Istituti superiori liberi, si valuti la possibilità di sostituire a tale espressione quella di «Università statali» e «Università non statali legalmente riconosciute»;
b) con riguardo all’articolo 31, si valuti l’opportunità, a seguito delle abrogazioni disposte, di sopprimere anche il comma 2 dell’articolo 20 della legge n. 240 del 2010, che ha disposto una novella al comma 313 dell’articolo 2 della legge n. 244 del 2007;
c) con riguardo all’articolo 32, si valuti l’opportunità di mantenere il riferimento normativo relativo al PNR «di cui al decreto legislativo 5 giugno 1998, n. 204, e successive modificazioni»;
h) con riguardo all’articolo 48, recante dematerializzazione di procedure in materia di università, si valuti l’opportunità di precisare che le relative spese siano effettuate a valere su fondi diversi e ulteriori rispetto al fondo di finanziamento ordinario. 
(Fonte: Atti Parlamentari - 29 - Camera dei Deputati - 4940-A) 

BILANCIO UNICO NEL SISTEMA UNIVERSITARIO. DLGS 18/12
L'introduzione del bilancio unico è una delle novità più significative del dlgs 18/2012 . Si tratta di uno strumento che obbliga le università a riorganizzare e ridefinire i «centri di responsabilità dotati di autonomia gestionale e amministrativa» che dovranno operare nell'ambito di un unico bilancio di ateneo. In sostanza un unico prospetto al posto dei molteplici bilanci autonomi dei dipartimenti e degli altri centri autonomi. Diventa obbligatorio anche un bilancio consuntivo, composto di stato patrimoniale, conto economico, rendiconto finanziario, nota integrativa e corredata da una relazione sulla gestione. Ma non solo, perché lo stesso decreto affianca alle attuali registrazioni contabili di competenza finanziaria un vero «sistema di contabilità economico-patrimoniale e analitica» come quello utilizzato dalle aziende. Un modo per valutare l'impatto economico e patrimoniale degli eventi gestionali in un'ottica pluriennale e non solo nell'anno corrente. Nei prossimi mesi, poi, saranno emanati dai ministeri competenti una serie di provvedimenti che daranno indicazioni alle università per la gestione del periodo transitorio. Chi riuscirà però a introdurre queste novità già dal 2013 avrà una quota premiale «a valere sul Fondo di finanziamento ordinario delle università, per gli esercizi 2011 e 2012». (Fonte: ItaliaOggi 13-03-2012)
Si veda anche più in dettaglio la successiva nota “Contabilità economico-patrimoniale nel sistema universitario. DLgs 18/12 ”.

CONTABILITÀ ECONOMICO-PATRIMONIALE NEL SISTEMA UNIVERSITARIO. DLGS 18/12
Il decreto legislativo 18/2012 che introduce la contabilità economico-patrimoniale e il bilancio unico nel sistema universitario è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 57 dell’8-03-2012. Vent'anni dopo la riforma del sistema di finanziamento degli atenei (che sancì la loro autonomia finanziaria), questo provvedimento può portare un'ulteriore, importante innovazione. Aldilà degli aspetti puramente tecnici, il decreto (che attua una disposizione della legge 240/10: articolo 5, comma 1, lettera b, e 4, lettera a) prevede due cambiamenti radicali, che saranno introdotti entro l’1 gennaio 2014: il passaggio dalla contabilità finanziaria di tipo pubblico a una economico-patrimoniale (Cep) di tipo civilistico e l'adozione del bilancio unico in luogo dei molteplici bilanci autonomi dei dipartimenti e degli altri centri autonomi. Il vantaggio di tale tipologia di contabilità è che è in linea con quella adottata negli ultimi anni in più ambiti del comparto pubblico di diversi Paesi europei, sotto la spinta del New public management. Si può così valutare l'impatto economico e patrimoniale degli eventi gestionali in un'ottica pluriennale e non solo nell'anno corrente (come avviene oggi).
Regole contabili e schemi di bilancio comuni faciliteranno la comparazione tra proventi e costi delle diverse università, migliorando nettamente la trasparenza del sistema. Il più significativo cambiamento, comunque, è legato all'adozione del bilancio unico. Oggi, il bilancio di un ateneo è il risultato di una sommatoria di bilanci, tra loro indipendenti, realizzati dai singoli dipartimenti. Le conseguenze di tale frammentazione sono diverse: dall'ingovernabilità della gestione contabile (che si articola in numerose procedure difformi tra loro, secondo le scelte contabili dei dipartimenti) all'impossibilità di monitorare l'insieme dei conti dell'ateneo, se non a esercizio finanziario terminato e dopo lunghe e complicate procedure di consolidamento interno. Ma, soprattutto, il processo di programmazione è oggi frammentato. E, in ogni caso, non gestito dalla amministrazione di ciascun ateneo. Il passaggio a un bilancio unico d'ateneo è destinato a modificare questa situazione. Infatti, pur salvaguardando l'autonomia dei dipartimenti (condizione indispensabile per il buon funzionamento delle organizzazioni universitarie), il processo di programmazione sarà governato complessivamente. D'ora in poi, l'autonomia degli atenei resterà solo sulle scelte gestionali.
Le strategie dell'ateneo saranno definite unitariamente e ogni dipartimento riceverà un budget delle risorse pubbliche che potrà gestire con ampi margini di autonomia insieme alle risorse derivanti dalla propria capacita di autofinanziamento. In questo modo, 1731rii e i consigli di amministrazione potranno assicurare una gestione unitaria e trasparente di tutte le risorse economiche, finanziarie e patrimoniali che sono a disposizione della propria organizzazione.  (Fonte: T. Agasisti e G. Catalano, IlSole24Ore 09-03-2012)

FINANZIAMENTI. VALORIZZAZIONE DELL'EFFICIENZA DELLE UNIVERSITÀ. DLGS 19/12
Il Ministero dell'Istruzione destinerà annualmente una percentuale dello stanziamento previsto per il Fondo di finanziamento ordinario delle università (FFO) da ripartire tra gli atenei in relazione ai risultati conseguiti nella didattica e nella ricerca. Lo prevede il Decreto Legislativo 27 gennaio 2012, n. 19 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 57 dell’8 marzo 2012), che attua l'articolo 5, comma 1, lettera a), della legge 240/10. In particolare il sistema nazionale di valutazione, assicurazione della qualità e accreditamento delle università opera, secondo il provvedimento, in coerenza con gli standard e le linee guida per l'assicurazione della qualità nell'area europea dell'istruzione superiore e si articola in: un sistema di valutazione interna attivato in ciascuna università; un sistema di valutazione esterna delle università; un sistema di accreditamento delle sedi e dei corsi di studio delle università. Il sistema di accreditamento iniziale e periodico ha come oggetto: a) le sedi; b) i corsi di studio universitari.
Le commissioni paritetiche docenti-studenti redigeranno inoltre una relazione annuale contenente proposte al nucleo di valutazione interna nella direzione del miglioramento della qualità e dell'efficacia delle strutture didattiche, anche in relazione ai risultati ottenuti nell'apprendimento, in rapporto alle prospettive occupazionali e di sviluppo personale e professionale, nonché alle esigenze del sistema economico e produttivo. Si riportano di seguito due articoli del decreto.
Art. 2 Oggetto.
1. Per le finalità stabilite all'articolo 5, comma 1, lettera a), primo periodo, della legge 30 dicembre 2010, n. 240, il presente decreto disciplina: a) l'introduzione di un sistema di accreditamento iniziale e periodico delle sedi e dei corsi di studio universitari; b) l'introduzione di un sistema di valutazione e di assicurazione della qualità, dell'efficienza e dell'efficacia della didattica e della ricerca; c) il potenziamento del sistema di autovalutazione della qualità e dell'efficacia delle attività didattiche e di ricerca delle università.
Art. 16 Valorizzazione della figura dei ricercatori a tempo indeterminato non confermati.
1. Ai ricercatori universitari non confermati a tempo indeterminato che si trovano nel primo anno di attività alla data di entrata in vigore della legge 30 dicembre 2010, n. 240, è riconosciuto, fin dal primo anno di effettivo servizio, il trattamento economico di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto-legge 31 gennaio 2005, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 marzo 2005, n. 43.
2. Il trattamento economico di cui al comma 1 è riconosciuto per la sola parte del primo anno di servizio successiva alla data di entrata in vigore della legge 30 dicembre 2010, n. 240.
3. All'onere derivante dall'applicazione del comma 1 si provvede nel limite massimo di 11 milioni di euro a valere sulle risorse di cui all'articolo 29, comma 22, primo periodo, della legge 30 dicembre 2010, n. 240. (Fonte: Altalex 09-03-2012)

ACCREDITAMENTO DELLE SEDI E DEI CORSI DI STUDIO. DLGS 19/12
Un sistema di accreditamento delle sedi e dei corsi di studio e uno di valutazione della qualità e dell'efficienza e dell'efficacia della didattica e della ricerca. Sono i nuovi sistemi disciplinati dal DLgs 19/12 . L'obbligo sarà previsto per i corsi di laurea da parte di tutti gli atenei e gli istituti universitari a ordinamento speciale (statali e non, tradizionali e telematici). Ma il via libera non sarà per sempre perché dovrà essere rinnovato ogni cinque anni con l'accreditamento periodico. Questo secondo passaggio arricchisce i parametri di valutazione perché si dovrà concentrare anche sul grado di raggiungimento degli obiettivi della didattica, nella ricerca e nell'organizzazione mettendo sotto la lente di ingrandimento anche le performance individuali dei singoli docenti. Il provvedimento però fissa i binari della valutazione prevedendo, per esempio, che gli indicatori seguano le linee fissate dall'Associazione europea per la qualità del sistema universitario, ma sarà ora compito dell'Anvur riempirle di contenuti. I giudici dell'Anvur sono ora chiamati a costruire panel di criteri e indicatori, uno per la valutazione delle sedi e uno per quella dei singoli corsi, che dovranno tradurre in para metri oggettivi le linee guida già stabilite appunto in Europa. (Fonte: ItaliaOggi 13-03-2012)
Si veda anche più in dettaglio la nota “Finanziamenti. Valorizzazione dell'efficienza delle università. DLgs 19/12”.  

FINANZIAMENTI. FONDO DI FINANZIAMENTO ORDINARIO (FFO) 2012.
Il ministro Profumo, ha sottoposto martedì al parere della Crui i criteri di ripartizione del Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) 2012. Come aveva promesso, entro marzo il ministro ha fissato l'Ffo in un tetto di sette miliardi e 50 milioni. Nel decreto si indica che i fondi verranno ripartiti su base storica, su una quota premiale (per le università più virtuose) ma anche su una quota perequativa in grado di compensare il sottofinanziamento di alcuni atenei. Il riequilibrio è una misura già introdotta anche dal precedente ministro Mariastella Gelmini nella legge 240 di riforma dell'Università ma nell'ultimo decreto si pone una particolare attenzione a questo problema. La quota perequativa favorirà infatti proprio le università che hanno un sottofinanziamento superiore al 5% del bilancio. Il decreto giunge in queste ore sul tavolo dei rettori e del Cun (Consiglio universitario nazionale). (Fonte: Eco Bergamo 14-03-2012)

NORME RIGUARDANTI L’UNIVERSITÀ NEL DECRETO LEGGE SEMPLIFICAZIONE E SVILUPPO
Nel Decreto Legge n. 5 del 9 febbraio 2012 ("Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e sviluppo"), pubblicato nella G.U. n. 33/2012 del 9-2-2012 - Supplemento Ordinario n. 27, sono contenute disposizioni e integrazioni dedicate al mondo universitario (artt. 49, 54, 55). Alcune norme riguardano le procedure amministrative relative alle carriere studentesche e a un migliore orientamento universitario: saranno effettuate esclusivamente per via telematica le procedure di iscrizione e, dall’a.a. 2013-14, anche la verbalizzazione e la registrazione degli esiti degli esami di profitto e laurea; sarà istituito un "Portale unico delle università", curato dal MIUR e consultabile almeno in italiano e in inglese, che fornirà ogni dato utile per una scelta studentesca più ponderata.
Il Decreto introduce diverse modifiche alla Legge 240/2010, relative tra l'altro:
- alla possibilità che il MIUR indichi due componenti del Collegio dei Revisori dei Conti non solo tra i suoi dirigenti e funzionari, ma anche tra professionisti esterni;
- al mantenimento delle funzioni didattiche per i ricercatori universitari, compatibilmente con la programmazione definita dai competenti organi accademici, mentre non avranno più compiti di tutorato e di didattica integrativa;
- all'utilizzo di fondi del piano straordinario associati anche per procedere a chiamate dall'estero;
-      all'estensione della possibilità di svolgere ricerca negli Atenei anche a figure non di ruolo.
Secondo il Decreto, inoltre:
- le università telematiche non potranno più attingere ai contributi riservati alle università non statali legalmente riconosciute, salvo che non rientrino già in tale tipologia;
- è abolito lo scambio contestuale di docenti di pari qualifica tra due sedi universitarie consenzienti;
- sono estese anche ad atenei ed enti pubblici economici le norme di condivisione del personale docente, finora contemplate solo tra 2 atenei.
L'art. 24 bis, in particolare, introduce la nuova figura dei Tecnologi a tempo determinato, che potranno essere assunti nelle facoltà con contratto di 18 mesi (prorogabile per una sola volta e per un massimo di ulteriori 3 anni, per una durata complessiva non superiore a 5 anni nella medesima università) per lavorare ai progetti di ricerca finanziati dall'Unione Europea e da altri enti pubblici e privati. I candidati, in possesso del titolo di laurea ed eventualmente di particolari qualifiche professionali relative alla tipologia delle attività previste, saranno scelti con procedure pubbliche di selezione, disciplinate dagli atenei, con obbligo di pubblicità dei bandi in italiano e in inglese sui siti delle università, del MIUR e dell'Unione Europea. Il relativo trattamento economico graverà in ogni sede sui fondi relativi ai progetti di ricerca, e i contratti non daranno diritto all'accesso ai ruoli del personale accademico o tecnico-amministrativo delle università. (Fonte: L. Moscarelli, rivistauniversitas febbraio 2012)


ABILITAZIONE SCIENTIFICA

ABILITAZIONE SCIENTIFICA. PARERE POSITIVO DEL CONSIGLIO DI STATO
E’ stato pubblicato a fine febbraio il parere del Consiglio di Stato sul regolamento sui criteri e parametri per la valutazione dei candidati ai fini dell’attribuzione dell’abilitazione scientifica nazionale nonché le modalità di accertamento della qualificazione dei commissari. Il regolamento attua quanto disposto dall’articolo 16, comma 3, lettere a), b), c) della legge 240/2010. Il parere del Consiglio è positivo, fatte salve una serie osservazioni di natura testuale e giuridica. Quelle più rilevanti sono relative alla necessità di puntualizzare nei contenuti e nelle modalità di accertamento il riferimento al principio di “notorietà internazionale” nonché la relazione tra questo principio e i settori concorsuali; alla necessità di indicare con chiarezza i “criteri aggiuntivi” di valutazione dei candidati in relazione ai settori concorsuali; di individuare una tecnica di redazione dei criteri e dei parametri di valutazione dei candidati alle funzioni di professore ordinario e di professore associato che renda più chiari gli elementi comuni e quelli di differenziazione; di offrire una più definizione più chiara della formula “indice h di Hirsch normalizzato per l’età accademica”. Il Ministero deve ora raccogliere il parere positivo della corte dei conti al decreto che potrà quindi essere pubblicato in Gazzetta. Il percorso di avvio delle procedure, a partire dall’emanazione dei bandi, appare comunque ancora molto lungo e tortuoso. Il parere favorevole da parte del Consiglio di Stato tuttavia è un passaggio importante. (Fonte: www.flcgil.it 02-03-2012)

ABILITAZIONE SCIENTIFICA. LA «NORMALIZZAZIONE DELL'H-INDEX PER ETA’ ACCADEMICA»
Il Consiglio di Stato ha approvato il regolamento ministeriale per l'Abilitazione scientifica nazionale alla I e II fascia dei professori universitari. Tuttavia ha chiesto al Ministro di precisare o modificare alcuni punti del regolamento, tra i quali la «normalizzazione dell'H-index per età accademica». Per «H-index» s’intende la valutazione numerica della produzione scientifica di un ricercatore o di un docente, fondata sull'"impact factor" delle riviste scientifiche che hanno pubblicato i lavori del ricercatore o docente e sulle citazioni che i lavori hanno ottenuto sulle riviste scientifiche internazionali. Il criterio aggiunto "per età accademica" è, a mio avviso, un meccanismo perverso. Se uno più anziano ha un H-index = 20 e uno più giovane ha un H-index =10, non è giusto che un meccanismo li equipari, abbassando il più anziano ed elevando il più giovane. (Fonte: V. D’Andrea, La Repubblica 08-03-2012)

ABILITAZIONE SCIENTIFICA. LENTO PROCEDERE
La legge di riforma universitaria 240/10 prevede di adottare il regolamento per le abilitazioni scientifiche «entro tre mesi dall'entrata in vigore» (gennaio 2011) della medesima, un'«inderogabile» cadenza annuale dei bandi d'indizione e ogni due anni, nel mese di maggio l'avvio delle procedure per la formazione delle commissioni. Invece non siamo ancora a metà del guado. Infatti, nonostante il recente parere positivo del Consiglio di stato al decreto sui criteri di valutazione per commissari e aspiranti professori, a rallentare la procedura ci pensano diversi elementi ereditati proprio dalla legge 240/10. Innanzitutto l'attesa della norma che dovrà stabilire gli indicatori della produttività scientifica dei candidati per ogni area, giacché il piano di attuazione della riforma oltre ad essere ramificato in tre parti, chiamate rispettivamente a fissare la nuova architettura dei settori concorsuali (dm n. 336/11) le procedure per l'abilitazione nazionale (dpr 14/9/11) e i criteri di valutazione dei candidati e dei commissari, prevede quest’ulteriore passaggio (ancora inattuato) da parte dell'ANVUR. A questo si aggiunge l'ultimo provvedimento, «Schema di decreto legislativo recante disciplina per la programmazione, il monitoraggio e la valutazione delle politiche di bilancio e di reclutamento degli atenei» il cui termine per l'esame nelle commissioni parlamentari è fissato al prossimo 27 marzo e che, sulla base delle tabelle contenute, dimezza le possibilità di utilizzare le risorse lasciate da chi cessa di essere in servizio, riducendo, di fatto, le possibilità di reclutamento. A pesare, poi, su questo quadro c'è la farraginosità delle stesse procedure di abilitazione anche solo, ad esempio, per creare le commissioni chiamate a giudicare gli aspiranti prof oppure per emettere i bandi. Basti pensare che secondo la riforma universitaria la prima tornata per creare i futuri idonei sarebbe dovuta essere avviata entro trenta giorni dall'entrata in vigore del decreto sull'abilitazione (222) e, invece, entro novanta per il conseguimento dell'abilitazione. C'è poi da predisporre il bando per la presentazione delle domande di partecipazione che dovrà essere adottato, con decreto direttoriale. Le commissioni, poi, «sono tenute a concludere i propri lavori entro cinque mesi dalla pubblicazione del bando nella Gazzetta Ufficiale». (Fonte: B. Pacelli, ItaliaOggi 06-03-2012)


RECLUTAMENTO

RECLUTAMENTO. CHIAMATE DIRETTE IN AUMENTO. UN RECLUTAMENTO ALTERNATIVO ALL’ABILITAZIONE SCIENTIFICA
Il meccanismo della “chiamata diretta” si complica, e inizia a porre problemi dalla sua modifica nel 2009 (con il d.l. 10-11-2008, convertito con modifiche dalla legge 9-01-2009, n.1, proprio il decreto per “la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario”) e quindi, soprattutto, in seguito ai ritocchi operati dalla legge 240/10 (art. 29, comma 7). Ne discende un “congegno” complicato e confuso, del quale appaiono ora chiari effetti e potenzialità, come dimostra il fatto (lamentato dal CUN in una recente mozione del gennaio 2012) “che gli Atenei stanno inoltrando ai competenti uffici del Ministero un ampio e crescente numero di proposte di chiamata diretta (a oggi ne sono pervenute più di 80), stimolati in questo anche dalle regole finanziarie incluse nella gestione del Fondo di Finanziamento Ordinario, e che tale numero evidenzia come l’istituto della chiamata diretta stia assumendo un peso di rilievo nelle procedure di reclutamento, sino a configurarsi come un secondo canale, caratterizzato però da relativa indeterminatezza di procedure”.
Alla luce dei diversi interventi di modifica, la chiamata diretta risulta prevista in due ipotesi solo a prima vista assimilabili: a) la chiamata come professori ordinari di studiosi “di chiara fama”; b) la chiamata, come professori ordinari, associati o ricercatori di soggetti che abbiano variamente svolto attività all’estero o siano stati coinvolti in progetti, comunitari e non, “di grande rilevanza”. Da notare, in particolare, che la legge 240 nell’assoggettare le due (distinte) ipotesi alla medesima procedura, ha non solo esteso il campo di applicazione dell’istituto delle chiamate dirette, ma ridotto lo spazio di manovra del CUN nella seconda ipotesi, poiché “attribuisce al CUN il solo potere di nomina di una commissione composta di tre professori ordinari appartenenti al settore scientifico-disciplinare interessato”.
Il primo problema è che le categorie (diverse da quelle dei “professori di chiara fama” cui è astrattamente applicabile una normativa inizialmente sorta per favorire in primis il “rientro dei cervelli”) risultano ampie, vaghe, quasi indeterminate: infatti, ai sensi della legge, le università possono procedere alla copertura di posti di professore ordinario e associato e di ricercatore mediante chiamata diretta di tre sub-categorie di studiosi: [a] studiosi “stabilmente impegnati all’estero in attività di ricerca o insegnamento a livello universitario da almeno un triennio, che ricoprono una posizione accademica equipollente in istituzioni universitarie o di ricerca estere”; [b] studiosi “che abbiano già svolto per chiamata diretta autorizzata dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca nell’ambito del programma di rientro dei cervelli un periodo di almeno tre anni di ricerca e di docenza nelle università italiane e conseguito risultati scientifici congrui rispetto al posto per il quale ne viene proposta la chiamata”; [c] studiosi “che siano risultati vincitori nell’ambito di specifici programmi di ricerca di alta qualificazione, identificati con decreto del MIUR, sentiti l’ANVUR e il CUN, finanziati dall’Unione europea o dal MIUR”. Un’ipotesi, questa, introdotta dalla legge 240/10 e specificata da un DM dell’1 luglio 2011, che identifica appunto i programmi la partecipazione ai quali legittima il ricorso all’istituto della chiamata diretta. Un’ipotesi rilevante: nell’indeterminatezza della norma, è, di fatto, al citato DM che è affidato il compito di circoscrivere, e specificare, il campo di applicazione di questa forma atipica di “rientro” di cervelli potenzialmente mai usciti dal territorio nazionale, altrimenti valida sia per reclutare sia per “promuovere” professori e ricercatori coinvolti in progetti di “alta qualificazione” (FIRB Ideas e Futuro in ricerca ma soprattutto alcuni progetti comunitari).
Quanto ai dubbi, il CUN ne evidenzia almeno sei, dalla fattispecie in cui il programma di ricerca indicato non è chiaramente riconducibile, per arrivare a quella per cui “la chiamata si configura come progressione di carriera di personale docente che è già nei ruoli dell’Università configurando in tal modo un canale alternativo all’abilitazione nazionale di recente introduzione”.
A chi compete l’istruttoria, ossia valutare se ci si trovi in presenza dei presupposti previsti dalla normativa per l’applicazione dell’istituto della chiamata diretta: al MIUR, al CUN o alle sole commissioni? Il soggetto meglio deputato a operare questo vaglio di “valutabilità” della proposta appare il CUN, a garanzia di uniformità di interpretazione e al fine di assicurare standard minimi, ma la questione al momento (e in assenza una migliore regolamentazione di queste procedure) appare rimessa essenzialmente alle commissioni, che quindi si trovano a disporre non solo di una discrezionalità straordinariamente ampia se confrontata ai criteri e parametri di valutazione, stringenti, previsti per le procedure ordinarie di abilitazione. (Fonte: E. Carloni, roars 06-03-2012)

RECLUTAMENTO. PEREQUAZIONE DELLE RISORSE PER LE ASSUNZIONI DI PROFESSORI ASSOCIATI A FAVORE DELLE UNIVERSITÀ ESCLUSE DALLA RIPARTIZIONE DEI FONDI PER IL 2011 
Il disegno di legge n. 3124 di conversione del decreto legge n. 216/2012 recante “proroga di termini previsti da disposizioni legislative“ (c.d. Milleproroghe) è stato definitivamente varato. Riguarda l’università e in particolare il reclutamento il seguente articolo.
Articolo 14.
2-quinquies. Le risorse di cui all'articolo 29, comma 9, della legge 30 dicembre 2010, n. 240, degli esercizi 2012 e 2013 destinate alla chiamata di professori di seconda fascia sono ripartite nei rispettivi esercizi tra tutte le università statali e le istituzioni a ordinamento speciale. A tal fine la distanza dal limite di cui all'articolo 51, comma 4, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, e quanto previsto in materia di assunzioni del personale dal decreto legislativo attuativo della delega di cui all'articolo 5, comma 1, lettera b), secondo i principi e criteri direttivi di cui all'articolo 5, comma 4, lettera b), della citata legge 30 dicembre 2010, n. 240, sono presi in considerazione esclusivamente per graduare le rispettive assegnazioni senza che ciò comporti l'esclusione di alcuna università nell'utilizzo delle risorse ai fini della chiamata di professori di seconda fascia, perequando in particolare le assegnazioni alle università escluse dalla ripartizione del 2011. 

RECLUTAMENTO. SCHEMA DI DLGS CHE DISCIPLINA LA PROGRAMMAZIONE, IL MONITORAGGIO E LA VALUTAZIONE DELLE POLITICHE DI BILANCIO E DI RECLUTAMENTO DEGLI ATENEI
Il termine per l’esame dello schema di decreto 437 nelle commissioni parlamentari (http://documenti.camera.it/Leg16/Dossier/Testi/NVDOC437.htm) è fissato per il 27 marzo, e da quel giorno ogni momento sarà buono per l’approvazione finale. Il nuovo decreto sembra un testo complesso, ma non lo è. In breve, il decreto 437: 1. Riduce le possibilità di reclutamento dimezzando, in media, secondo le simulazioni, le possibilità di utilizzo delle risorse per cessazioni. 2. Consente di mantenere livelli accettabili di reclutamento solo a patto di un innalzamento delle tasse. 3. Produce un ranking tra atenei, sulla cui base modulare i finanziamenti e il reclutamento, sino a “eliminare le strutture universitarie inefficienti” (Sezione 5, punto C). 4. Rafforza la tendenza verso il ridimensionamento del sistema universitario, vincolando le esigenze di programmazione a indicatori di “sostenibilità”, equilibrio nella composizione dell’organico, e vincoli di bilancio che nulla hanno a che vedere con la programmazione, bensì potenzialmente finiscono per definirla essi stessi. 5. Suppone che “l’intervento regolatorio […] si riflette positivamente anche sulla più generale competitività del Paese, [...] determinando, di fatto, delle condizioni strutturali a vantaggio della competizione e dello sviluppo deila didattica e della ricerca a beneficio della collettività e dei contesti sociali ed economici del Paese” (Sezione 6), in una relazione acrobatica causa-effetto. 6. Il decreto ripete per otto volte che “dall’attuazione del presente decreto non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. 7. Il documento sembra andare nella direzione auspicata dal dossier che la Crui ha consegnato lo scorso 6 Luglio 2011 all’ex Ministro Gelmini, in cui la Conferenza dei Rettori chiedeva esplicitamente l’eliminazione della regola del 20%. (Fonte: F. Coin, roars  01-02-2012)

RECLUTAMENTO. DLGS PROGRAMMAZIONE, MONITORAGGIO, VALUTAZIONE E RECLUTAMENTO. DOCUMENTO DELLA CRUI
La CRUI in vista del passaggio parlamentare dello “schema di decreto recante la disciplina per la programmazione, il monitoraggio e la valutazione delle politiche di bilancio e di reclutamento degli atenei (n. 437) in attuazione della delega prevista dall’art. 5, c. 1, lettere b) e c) della L. 30/12/2010 n. 240 secondo i principi normativi e i criteri direttivi di cui al c. 4, lettere b), c), e) ed f) e al c. 5.”, ha approntato un primo documento di valutazione in merito, che qui viene sintetizzato riguardo ai punti salienti.
In linea generale del provvedimento non si può in primo luogo non lamentare un’impostazione dirigistica, su base esclusivamente algoritmica, delle politiche gestionali delle Università, già alle prese con l’intera gamma dei decreti attuativi della L. 240/2010 e con la complessa attivazione dei principi della contabilità economico-patrimoniale. Non si può chiedere alle Università italiane, a fronte di un numero di docenti drammaticamente calato (-10,5% nel triennio 2009-2011) e di una conseguente offerta formativa pericolosamente decurtata, di continuare a decrescere anche negli anni successivi al triennio “emergenziale” appena trascorso. Un’ulteriore riduzione del numero di docenti e di ricercatori avrebbe un immediato riflesso negativo sulla capacità del sistema di competere nel contesto europeo. Il provvedimento incide, aggravandola, su una situazione di partenza estremamente differenziata fra gli Atenei. Una vera e propria sperequazione la cui esistenza è riconosciuta dalla stessa legge 240/2010. L’applicazione dei medesimi valori parametrici in situazioni così differenti rischia di pregiudicare in partenza la posizione degli Atenei storicamente sottofinanziati. L’applicazione rigida del sistema di turn-over previsto da questo decreto comporterebbe una riduzione progressiva degli organici, già pesantemente decurtati nel corso dell’ultimo triennio e su livelli molto ridotti in qualunque confronto internazionale. La procedura delineata nel provvedimento, declinata con le soglie definite nel testo, porta a un’estrema compressione dei punti organici complessivi disponibili per tutto il sistema (un sostanziale dimezzamento), solo parzialmente compensata dall’erogazione di punti organico del “piano associati”. Si deve poi lamentare la mancanza di un qualunque riferimento specifico alle Università che abbiano intese con le Regioni per la conduzione di ospedali universitari o di Aziende Ospedaliero-Universitarie Integrate, nei cui confronti hanno un obbligo di copertura delle posizioni di vertice e quindi precisi obblighi di spesa per questo personale, in particolare tecnico e amministrativo. Le spese sostenute dagli Atenei dovrebbero avere un doppio riconoscimento: un alleggerimento al numeratore ma, soprattutto, un’integrazione a denominatore con risorse provenienti dal SSN. Non appare infine più rinviabile l’introduzione del costo standard unitario di formazione per studente in corso (art. 8). In particolare si richiede che lo stesso sia calcolato con riferimento a parametri europei riferiti a Paesi di analoga importanza economica.
Nelle osservazioni specifiche, con riferimento all’art. 5, c. 4, rileva il problema derivante dai limiti di cui al DPR 306/1997 ovvero dal limite del 20% sui trasferimenti dello Stato come tetto degli introiti da tasse e contributi. La CRUI propone in merito diverse soluzioni, sostanzialmente speculari fra loro: a) la possibilità di computare tasse e contributi a denominatore esclusivamente fino alla concorrenza del limite di legge esistente; b) la possibilità di computare tasse e contributi rapportandoli a un limite dello 0,2 rispetto all’FFO teorico che discende dal modello di ripartizione (art. 11 della L. 240/2010) o all’FFO standard già sopra richiamato; c) mantenere un tetto di garanzia esclusivamente fino a una certa soglia di reddito; d) la pura e semplice abrogazione dell’art. 5 del DPR 306/97.” (Fonte: resoconto sommario assemblea crui, 23-02-2012)

RECLUTAMENTO. DLGS PROGRAMMAZIONE, MONITORAGGIO, VALUTAZIONE E RECLUTAMENTO. DOCUMENTO DEL CUN
In linea con le indicazioni offerte dalla Legge 30 gennaio 2010, n. 240, lo schema di decreto  437 si propone di introdurre incentivi all’autocontrollo e alla qualificazione della spesa per il personale degli atenei, riprende la normativa sulle politiche di indebitamento (cercando di rimuovere, per via gestionale, il vincolo normativo dell’indebitamento come mutuo e investimento) e contempla principi e criteri di processo e di misura per qualificare le decisioni spettanti sia agli Atenei sia al MIUR. Si tratta di soluzioni nelle quali è facile riconoscere il proseguimento delle politiche di ridimensionamento, o comunque contenimento, del sistema universitario. Su questo il CUN esprime un parere fortemente critico, in quanto sono molteplici e diffusi nel sistema i segni di una crescente consapevolezza e responsabilità nella gestione delle risorse. Il riconoscimento di una qualificata “autonomia responsabile” negli atenei, con una severa valutazione a posteriori che preveda anche sanzioni esplicite per i casi meno virtuosi, potrebbe rappresentare una formula più adatta rispetto alla sommatoria di norme e parametri per loro natura di difficile gestione e affidabilità. Dal punto di vista politico-programmatico, lo schema di decreto in esame, destinato a operare solo nei confronti delle Università statali italiane, conferma il ridimensionamento del sistema universitario pubblico avviato dalla Legge n. 133/2008 e proseguito con la Legge n.240/2010, mentre non tocca il settore non statale e telematico. Di seguito, se ne indicano i più significativi indici rivelatori.
Lo schema di decreto riformula l’indicatore delle spese del personale sulle entrate annue e consente agli atenei più “virtuosi”, che presentano un valore inferiore al 70% di tale indicatore, di procedere all’investimento in reclutamenti fino al 50% del turnover con aggiustamenti incrementali successivi. Gli atenei che presentano un valore superiore al 70% e inferiori all’80% (nuovo valore soglia), vale a dire la grande maggioranza, potranno investire quote minori del turnover (intorno al 25%), mentre è concessa una soluzione del 10% agli atenei con l’indicatore oltre l’80%, ma con una posizione debitoria complessiva soddisfacente. L’assioma che ne risulta può essere sintetizzato in: “Meno risorse uguale meno reclutamenti, con spinta verso la ricerca di più fondi da tasse e contributi, e con più efficienza interna”. E’ una linea progettuale che sembra rimuovere il fatto che l’FFO 2012 è programmato in severa discesa a 7.083 milioni di euro, l’FFO 2013 a 6.645 e l’FFO 2014 a 6.595 fermandosi alla soglia dell’ammontare pressoché eguale fra stanziamento statale e livello complessivo delle spese fisse per stipendi nelle università.
Da un lato il decreto introduce principi e criteri condivisibili, utili per mettere in moto processi di autocontrollo locale della spesa, ma dall’altro presenta soluzioni largamente dirigistiche e meccaniche. (Fonte: CUN. Audizione presso la Commissione Cultura del Senato della Repubblica relativa all’atto del Governo n. 437, 21-02-2012. Testo integrale)   


RICERCA

RICERCA. VQR 2004-2010: CRITERI DEI GEV (GRUPPI DI ESPERTI DELLA VALUTAZIONE)
Il 29 febbraio 2012 sono stati pubblicati i documenti redatti dai GEV che descrivono i criteri che saranno seguiti per la valutazione dei prodotti di ricerca presentati dalle strutture entro il 30 aprile.
Tutti i documenti sono disponibili nella sezione VQR 2004-2010/GEV unitamente ad un documento di accompagnamento. Per altre informazioni.

RICERCA. LA VALUTAZIONE DEI RISULTATI DELLA RICERCA NELL’AMBITO DELLE SCIENZE GIURIDICHE
Si segnala l’articolo di Giorgio Grasso  “La valutazione dei risultati della ricerca nell’ambito delle scienze giuridiche (a margine di due recenti documenti del CUN e dell’ANVUR su criteri e parametri per la valutazione di candidati e commissari dell’abilitazione scientifica nazionale)  apparso sulla Rivista Telematica Giuridica dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti (4/2011). Di seguito il sommario dell’articolo:
0. Prologo: ricordando Alessandra. – 1. La valutazione della ricerca: profili generali. Gli spunti della legge n. 240 del 2010. – 2. La valutazione dei risultati della ricerca nel campo delle scienze giuridiche: à rebours tra i generi letterari tipici di tale scienza ed elementi utili a costruire strumenti e indicatori di valutazione. – 3. La proposta del CUN su criteri e parametri per la valutazione, ai fini di cui all’art. 16, comma 3, lett. a e h, della legge n. 240 del 2010. – 4. Il documento ANVUR su criteri e parametri di valutazione dei candidati e dei commissari dell’abilitazione scientifica nazionale. – 5. Qualche provvisoria conclusione. (Fonte: redazione roars 04-03-2012)

RICERCA. COME VALUTARE LE RIVISTE UMANISTICHE
La premessa necessaria è che tutto questo ragionare su come valutare le riviste umanistiche deriva dal fatto che – a torto o a ragione – si ritiene che nelle discipline tecnico-sperimentali le riviste siano classificabili e classificate con strumenti consolidati e accettati a livello internazionale e quindi inattaccabili. Nelle discipline socio-umanistiche invece ciò non avviene: non avviene per mancata o ridottissima presenza all’interno dei grandi database commerciali e non avviene soprattutto se consideriamo i singoli ambiti nazionali, nei quali la comunità degli studi è ancora (probabilmente per sua natura) articolata. Ma qualcuno, in varie realtà europee e alla fine anche in Italia, ha pensato, non da oggi certamente, alla possibilità di elaborare ranking delle riviste socio-umanistiche e di farlo con metodi sostanzialmente diversi da quelli bibliometrici classici. Alla fine del 2011 si disponeva comunque di un buon numero di ranking di riviste umanistiche redatti per varie discipline nonostante le operazioni non avessero avuto alcun tipo di coordinamento e sebbene non mancassero elementi di dubbio (forti disparità di valutazione di riviste intersettoriali a seconda del settore che le ha valutate). A questo punto l’effetto combinato ANVUR-VQR ha indotto uno stato di fibrillazione. Le liste di riviste classificate erano troppo ampie, troppo diverse, troppo discordanti tra loro, troppo disugualmente distribuite per discipline, troppo poco discusse e condivise per rappresentare uno strumento affidabile. L’ANVUR non si è intromessa nella valutazione, non ha interferito con i criteri, non ha predeterminato la distribuzione percentuale in fasce di merito, ha solo chiesto che le classifiche distinguessero tipologie di riviste (settoriali, intersettoriali, fascia A e fascia B, nazionali e internazionali: e, attenzione, l’ha fatto anche con riferimento alla materia spinosissima delle case editrici).
Vediamo allora la sostanza della materia e chiediamoci se, in generale, hanno senso i ranking delle riviste umanistiche. Il mio parere personale è che abbiano senso eccome, a patto di sgombrare il campo da due idee fasulle (per le humanities ma anche per tutti gli altri saperi tecnologico-sperimentali): la prima è che strumenti del genere possano dare rappresentazioni di valore oggettive, incontestabili e come tali suscettibili di diventare inespugnabile baluardo contro l’arbitrio dei favoritismi e dei personalismi; la seconda idea totalmente fasulla è che ci sia corrispondenza automatica tra qualità del contenitore e qualità del contenuto.
Ranking delle riviste e bibliometria possono coincidere, ma possono anche costituire due cose completamente diverse. Possono essere costruiti, come nei grandi database e indici citazionali commerciali, mediante valori ricavati da analisi quantitative (fattori di impatto raffinatissimi, numeri di citazioni, numeri medi, assoluti, normalizzati, numeri di pagine, prezzo di copertina o quel che vogliamo) rese possibili dall’esistenza di dati suscettibili di analisi automatizzata. Ma possono anche essere elaborati in base a valutazioni di carattere qualitativo, che riguardino cioè il profilo editoriale di una rivista, identificabile in base a una serie di parametri piuttosto – anzi, sicuramente – condivisi a livello internazionale. Analizzare quei parametri (sui quali non mi soffermo per ragioni di spazio, ma sono evidentemente questi gli oggetti di cui discutere) non significa fare bibliometria. Significa che una persona esperta prende in esame una rivista su un dato numero di annate e ne valuta non tutto il contenuto (come si farebbe in un vero peer review delle riviste, in questo caso impossibile), bensì il profilo scientifico-editoriale secondo parametri dotati di un certo valore e in base a scale di pesi prestabilite. Ne emerge un valore numerico che però serve solo a esprimere sinteticamente quel lavoro analitico qualitativo e anche con un certo margine di soggettività. Questa non la chiamerei bibliometria, ma analisi diretta qualitativa su parametri dati. Naturalmente, in una simile procedura di valutazione, sono i parametri a dover essere oggetto di discussione preliminare e di consenso. Stabiliti questi, sarà possibile sottoporre gli oggetti da valutare a un’analisi che darà luogo a una scala di posizioni. Questa potrà poi essere verificata non perché i valutati abbiano modo di dire se l’esito va loro a genio o se non sia meglio cambiare le regole, ma per capire se ci sono paradossi o evidenti errori o sproporzioni di pesi e se si debba tarare diversamente lo strumento. Così fatto, un ranking di riviste potrà sicuramente dare informazioni. Non sul valore oggettivo dei singoli articoli e saggi, ma su come quello strumento di comunicazione scientifica agisce nell’interesse della stessa e quindi anche degli autori che vi pubblicano. Ma c’è qualcosa di più. Tale ranking avrà reso necessaria preliminarmente un’analisi ravvicinata del mondo editoriale accademico disciplina per disciplina, ne avrà potuti evidenziare debolezze e punti di forza, avrà permesso di verificare la diffusione reale delle migliori pratiche riconosciute internazionalmente, cosa che verosimilmente aiuterà a elevare gli standard operativi scientifici, redazionali e editoriali. Si dice che le piccole riviste (o le piccole case editrici) ne soffriranno e rischieranno di scomparire. Ma si tratta spesso di un mondo arretrato, chiuso, ripiegato su se stesso, dove ancora capita di sentire battute del genere: “ma quale peer review? se decido io è buono e basta!”. Vogliamo negare che questo sia uno degli aspetti di maggiore debolezza della situazione italiana? Ben venga dunque un lavoro analitico di conoscenza diretta e approfondita del mondo delle riviste accademiche di discipline umanistiche.
Conclusione: i ranking causano certamente irritazione e scottature (“rankling”). Però sono possibili, sono utili, sollecitano le comunità, le inducono ad autovalutarsi, aiutano la diffusione delle migliori pratiche, attenuano l’autoreferenzialità. Basta però saperli organizzare, coordinare, mettere su basi solide e condivise ed eseguirli nei tempi necessari. (Fonte: G. Abbattista, roars 05-03-2012)

RICERCA. VALUTAZIONE DELLA QUALITÀ DELLA RICERCA. INDIVIDUARE LE RIVISTE PIÙ IMPORTANTI PER OGNI SETTORE SCIENTIFICO
La valutazione della qualità della ricerca (Vqr) avviata dall'Anvur non riguarda docenti e concorsi, bensì dipartimenti e aree scientifiche, e serve a distribuire la parte premiale del Fondo per le Università. Non è prevista alcuna classificazione di case editrici, con le quali si dialogherà, nel rispetto della loro libertà culturale e imprenditoriale, per diffondere anche in Italia le migliori pratiche internazionali. C'è stato invece il tentativo di individuare le riviste più importanti per ogni settore scientifico non per dar vita a un sistema chiuso, ma per costruire uno strumento ausiliario di valutazione e avviare un processo di cambiamento. È questo il punto chiave. Ci si chiede di che parliamo: di un mondo ideale o della realtà delle nostre discipline umanistiche? Se si parla del secondo, come bisognerebbe, allora i casi sono due. Si può pensare che tutto vada sostanzialmente bene; che i concorsi abbiano in genere riconosciuto il merito e che il peso della cultura italiana in campo internazionale sia cresciuto. Potremmo quindi andare avanti sulla stessa strada, occorrerebbe solo smettere di lamentarsi. Se invece la frantumazione della cultura nazionale e la moltiplicazione delle sedi e dei docenti hanno spesso prodotto localismo ed emarginazione dalle correnti culturali internazionali, allora la situazione va affrontata e le nostre discipline hanno bisogno di una riforma moderata nelle forme ma radicale nella sostanza. E forse non è una cattiva idea cominciare chiedendo alla comunità accademica qual è la sua parte migliore, da difendere e sostenere. Daremo così agli studiosi indicazioni sulle scelte da fare, e li aiuteremo a proiettarsi sul piano nazionale e internazionale. I piccoli editori vitali accetteranno la sfida, e quelli vissuti sulla distribuzione a pioggia dei fondi faranno i conti con la realtà. Si tratta di aiutare quanto di meglio vi è nella cultura italiana a occupare nel mondo il posto che le compete. Per farlo, quel meglio va individuato. (Fonte: A. Graziosi, presidente del Panel Anvur per l'Area 11, Corsera 02-03-2012)

RICERCA. IL C.D. PARADOSSO ITALIANO
Il CNRS francese lo definisce il “paradosso italiano”. Riguarda il fatto che, a fronte degli scarsissimi finanziamenti pubblici e privati alla ricerca scientifica, il numero (e la qualità) delle pubblicazioni scientifiche dei ricercatori italiani è significativamente alto. Si calcola che – nel periodo compreso fra il 2004 e il 2006 – il finanziamento pubblico alle Università italiane è stato circa pari all’1.13% del PIL, contro l’1.84% della media europea e che il finanziamento da parte di imprese private è stato pressoché irrilevante. In Italia, sono occupati nel settore della ricerca poco più di 3 lavoratori su mille occupati; in Francia lavorano 8 ricercatori su mille occupati. Fra il 1998 e il 2008, i ricercatori italiani, nel loro complesso, hanno prodotto quasi 380mila pubblicazioni, ponendo il nostro sistema della ricerca all’ottava posizione nel mondo e alla quarta posizione in Europa. I ricercatori italiani più produttivi sono collocati nelle aree delle scienze mediche, matematiche e fisiche, e, in questi settori, nel periodo considerato, le pubblicazioni italiane sono state fra quelle maggiormente citate su scala internazionale. E’ sufficiente questo dato per privare di fondamento la campagna mediatica di delegittimazione dell’Università pubblica italiana che ha preceduto e seguito la c.d. riforma Gelmini, finalizzata a restituire l’immagine di un sistema formativo e della ricerca “malato”: luogo di nepotismo, baronie, privilegi e scarsa produttività. (Fonte: G. Forges Davanzati, micromega 27-02-2012)

RICERCA. DIMINUISCONO GLI STUDI CLINICI
Cresce la qualità delle sperimentazioni farmaceutiche cliniche realizzate in Italia, ma la crisi taglia le gambe agli studi. E c'è il rischio che a rimetterci sia l'attività realizzata da ricercatori indipendenti o da strutture sanitarie, ospedaliere, universitarie o singoli professionisti, soprattutto nei settori trascurati dalla ricerca d'impresa: tra il 2010 e il 2009 gli studi del settore no profit sono diminuiti del 26%, passando dai 309 del 2009 ai 229 dell'anno seguente. A lanciare l'allarme, sollecitando interventi rapidi a sostegno di un settore «fuori dalle logiche di mercato» è stata la Società scientifica di medicina interna Fadoi, nel corso di un convegno concluso ieri a Roma. Sotto la lente degli esperti, i dati del X Rapporto nazionale 2011, pubblicato dall'Osservatorio sulla sperimentazione clinica dei medicinali dell'Aifa. Il report analizza gli ultimi cinque anni di attività segnalando per il 2010 un’ulteriore flessione del 12,2% di tutti gli studi realizzati in Italia, analogamente a quanto accaduto nel resto d'Europa: su un totale di 4.193 trials, l'Italia ha contribuito con 660 studi clinici pari al 15,7% e con un 21,8% di pazienti arruolati (contro il 17,9% del 2006). Uno stato di sofferenza che sembra interessare di più la ricerca promossa da istituzioni no profit: in Italia gli studi non sostenuti da interessi commerciali sono uno su tre, in Europa uno su cinque. «La ricerca indipendente svolge un ruolo importantissimo sul fronte della sanità pubblica perché mira al miglioramento della pratica clinica dell'assistenza sanitaria», ha spiegato il presidente Fadoi, Carlo Nozzoli. Gli esperti hanno ribadito la loro ricetta anticrisi: regole omogenee per i comitati etici nella valutazione di studi e finanziamenti; copertura assicurativa proporzionata ai rischi delle sperimentazioni; più collaborazione tra istituzioni pubbliche e promotori di ricerca per favorire la disponibilità dei farmaci per gli studi indipendenti; nuove regole per alcune tipologie di studio orfane da un punto di vista normativo. Se siamo quinti come mercato e ventiquattresimi per sperimentazioni, la responsabilità - secondo gli addetti ai lavori - è soprattutto dell'eccesso di burocrazia che contribuisce a rallentare anche le iniziative più meritevoli. (Fonte: S. Todaro, IlSole24Ore 09-03-2012)

RICERCA. VALUTAZIONE DELLA QUALITÀ DELLA RICERCA. IL PARERE DEL PRESIDENTE DEL PANEL 11 DELL’ANVUR
Sono stati pubblicati dall'Anvur i primi criteri specifici che saranno seguiti nel più grande esercizio di certificazione della qualità della ricerca nei vari settori scientifici accademici italiani. Una piccola "rivoluzione", il cui primo passo consiste nella divisione delle riviste specialistiche di ciascun ambito in tre fasce, una guida per chi dovrà giudicare in modo anonimo i lavori dei colleghi durante quest'anno. Ma una "rivoluzione" che nel cosiddetto mondo umanistico — dalla letteratura al diritto, dalla filosofia alla storia — ha visto forti resistenze, critiche al metodo adottato e proteste di "lesa autonomia" dei docenti. Non ancora placatesi e, anzi, destinate forse ad aumentare ora che si entra nel vivo. «In realtà, si tratta di una grande occasione pure per discipline umanistiche, che oggi sono in minoranza nei nostri atenei, di fronte al 70% di scienziati (economisti compresi) ormai internazionalizzati, e che rischiano l'isolamento, se non un'involuzione» — spiega Andrea Graziosi, oggi presidente del panel 11 dell'Anvur (Storia, Filosofia, Psicologia, Pedagogia, Antropologia e Geografia).
Professor Graziosi, per alcuni mesi è sembrato che si portasse un attacco "scientista" alla tradizione umanistica italiana.
«Nulla di tutto questo. Valuteremo circa 200.000 prodotti (articoli o libri, da tre a sei per docente o ricercatore) pubblicati nel 2004-2010. E, in ambito umanistico, ciò sarà fatto con il sistema della "peer review". Ovvero, altri docenti scelti e anonimi giudicheranno la qualità dei testi e li porranno in una delle quattro fasce previste, da A a D. Lo stesso sistema che utilizza la maggior parte delle riviste per decidere se accettare o no un lavoro scientifico di qualunque disciplina». «Si costruirà una mappa della situazione italiana nei vari campi del sapere, che permetta al ministero nei prossimi anni di distribuire a ragion veduta la parte premiale (varie centinaia di milioni di euro) del Fondo di finanziamento delle università. Calcolando le diverse percentuali di lavori ottimi, buoni, mediocri e scadenti per dipartimento e Università, stilando una "classifica", sarà, infatti, possibile valorizzare le punte migliori di ciascun settore scientifico».
Perché la graduatoria delle riviste? E perché le opposizioni?
«Diamo solo indicazioni, nate da un ampio confronto con le società scientifiche, che non sono vincolanti, ma aiuteranno la valutazione. Inoltre, poter raggruppare in una fascia A le riviste giudicate migliori permetterà di promuoverle a livello globale, valorizzando la produzione italiana, cosa che attualmente non succede. Le proteste vengono dalla protezione di posizioni consolidate che non si vogliono mettere in discussione». (Fonte: A. Lavazza, Avvenire 01-03-2012)

RICERCA. VALUTARE IL CNR E GLI ENTI PUBBLICI DI RICERCA SEPARATAMENTE DALL’UNIVERSITÀ
Varie analisi danno del CNR un’immagine positiva nello scenario nazionale e internazionale. Tali valutazioni non sono state effettuate specificamente per operare scelte di politica scientifica come è previsto per la VQR. Il fatto che il CNR abbia promosso la valutazione dei propri organi di ricerca senza che vi fossero obblighi o pressioni dall’esterno mostra che non ha alcun timore di essere valutato. Come detto sopra, l’esercizio è stato affidato a esperti esterni che hanno garantito l’indipendenza – compatibilmente con il fatto che sono stati nominati dal vertice dell’ente. Sul versante ANVUR va peraltro sottolineato che l’Agenzia non è un’Autorità indipendente come l’Autorità della concorrenza o altre (questo era il disegno originario che purtroppo non è stato approvato dal parlamento), ma è parte della pubblica amministrazione – come, per esempio, l’Agenzia delle entrate nei confronti del Ministero dell’economia: la sua indipendenza viene dunque esercitata nel quadro della politica del MIUR. Detto che, in ogni caso, l’esercizio VQR debba essere svolto, non si può sottacere che allo stato attuale vi sono forti indizi che la VQR condurrà ad una penalizzazione del CNR e, più in generale, degli enti pubblici di ricerca. La soluzione dovrebbe essere quella di valutarli separatamente dall’università. (Fonte: G. Sirilli, roars 05-03-2012). Commento di R. Rubele: Non sorprende che la VQR sia poco adatta al CNR. Del resto il solo fatto che essa sia strutturata per Panel corrispondenti alle 14 Aree CUN, e che miri a fornire una classifica fra le strutture “latu sensu comparabili” delle singole Università, porge l’idea dei veri, principali, obiettivi dell’esercizio. Del resto, esso è copiato dal Regno Unito, dove non ci sono grossi Enti di ricerca a causa del diverso modello/struttura del sistema Università-ricerca di quel Paese (e di altri Paesi anglosassoni), e dove il RAE/REF ha un compito chiaro e comprensibile, ben inquadrato in quel contesto di politica dell’istruzione superiore e della ricerca.

RICERCA. CNGR (COMITATO NAZIONALE DEI GARANTI DELLA RICERCA). LA SELEZIONE DEI COMPONENTI
Le cause di incompatibilità e di ineleggibilità devono essere disposte unicamente dalle leggi. Così è sempre stato ribadito da tutti i giudici, a partire dalla Corte Costituzionale. Il 28 febbraio scorso è comparso il bando pubblico per la selezione dei componenti il CNGR. Il CNGR è stato istituito con la legge “Gelmini” (l.240/2010, art. 21); composto “da sette studiosi, italiani o stranieri, di elevata qualificazione scientifica internazionale”, con compiti relativi alla valutazione e alla selezione dei progetti di ricerca (in particolare PRIN e FIRB).  Nulla si dice nella legge in merito a chi possa o non possa candidarsi e far parte di questo comitato. Il paragrafo del bando relativo ai requisiti per la candidatura riporta invece quanto segue: Non devono far parte, come componenti effettivi, alla data di scadenza del presente avviso, di altri comitati (o consigli o commissioni) permanenti, direttivi o consultivi, esistenti presso il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, o presso il Ministero della Salute, o presso l’ANVUR, né esercitare la rappresentanza legale di università o enti pubblici di ricerca. E’ dunque solo il bando, ossia un semplice atto amministrativo, a stabilire “chi può” e “chi non può” presentare la propria candidatura. In ogni caso, quale che sia il giudizio, eventualmente anche positivo, che si possa dare di queste ragioni di incompatibilità/ineleggibilità, il bando CNGR, decidendo di fare a meno del legislatore, lascia davvero un po’ attoniti. (Fonte: A. Banfi, roars 10-03-2012)

RICERCA. DOCUMENTO ANVUR PRECISA ASPETTI SIGNIFICATIVI DELLA VQR. CRITERI PER LA VALUTAZIONE DEI PRODOTTI DI RICERCA
Gli studiosi che ricoprono incarichi nelle istituzioni pubbliche sono, devono essere, doppiamente consapevoli che il loro agire è esposto a critiche: come studiosi abituati ai processi di "trial and error" e perché qualsiasi modificazione dello status quo è inevitabilmente soggetta a critiche.
Hanno, però, se non il diritto, la ragionevole aspettativa che le critiche provenienti da altri studiosi rispettino alcune basilari regole di metodo, tra cui il fare riferimento a documenti ufficiali, debitamente approvati, e non a semplici versioni di lavoro, intermedie e riservate. La circostanza che questo fondamentale presupposto non si realizzi inficia le critiche (giova ripeterlo, legittime in sé), tanto più se queste sono frettolose e prive di fondamento.
Poiché alcune critiche (si veda la nota precedenteCritiche ai criteri della Vqr”) rischiano di creare confusione e disorientamento sulle finalità della VQR e sui criteri di valutazione utilizzati, riteniamo opportune alcune precisazioni su aspetti significativi della VQR (si vedano tramite questo link), rimandando per i dettagli ai documenti disponibili nel sito dell'ANVUR. (Fonte: Consiglio direttivo dell’ANVUR 08-03-2012)

RICERCA. VALUTAZIONE DELLA RICERCA IN AREA UMANISTICA: WORKSHOP INTERNAZIONALE
Workshop sul problema della Valutazione della ricerca nelle aree delle Scienze Sociali e Umanistiche (Evaluation of research in Social Science and Humanities: problems and perspectives), venerdì 16 e sabato 17 marzo presso Ca’ Foscari University of Venice, Aula Magna Ca’ Dolfin. Esperti di varie università italiane e straniere, funzionari dell'Unione Europea e rappresentanti dell'editoria scientifica (tra cui Elsevier) e delle principali banche dati internazionali dedicate alla valutazione della ricerca scientifica (WOS e Scopus) discuteranno un problema grandemente attuale nel dibattito sulla ricerca universitaria italiana: quello della possibilità di introdurre anche nell'ambito delle scienze sociali e delle discipline umanistiche criteri di classificazione della ricerca che ne consentano una valutazione analoga, nella forma, a quella consueta nella ricerca scientifica. Programma.

RICERCA. GEV (GRUPPI ESPERTI DI VALUTAZIONE). SINTESI DEI CRITERI PER LA VALUTAZIONE DEI PRODOTTI DI RICERCA
Si segnala che alla pagina http://www.anvur.org/?q=content/composizione-dei-gruppi-di-esperti-della-valutazione sono pubblicati i documenti redatti dai GEV (Gruppi Esperti di Valutazione)
che descrivono i criteri che saranno seguiti per la valutazione dei prodotti di ricerca presentati dalle strutture.(
Fonte)
Di seguito è disponibile una sintesi elaborata dei medesimi:
·         Area 02 - Scienze fisiche
·         Area 03 - Scienze chimiche
·         Area 05 - Scienze biologiche
·         Area 06 - Scienze mediche
·         Area 12 - Scienze giuridiche

RICERCA. CRITICHE AI CRITERI DELLA VQR
Sono usciti i criteri che saranno utilizzati nell’esercizio di Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR 2004-2010). Si vedano i documenti redatti dai GEV (Gruppi di Esperti della Valutazione) che descrivono i criteri che saranno seguiti per la valutazione dei prodotti di ricerca presentati dalle strutture entro il 30 aprile e la composizione dei GEV. Originariamente prevista per la fine di gennaio, la pubblicazione dei criteri è stata posticipata a fine febbraio, probabilmente anche a causa delle incongruenze e degli errori segnalati su ROARS nei due articoli “VQR: la bibliometria fai-da-te dell’ANVUR”, parte I e parte II. A una prima lettura, risulta evidente che i criteri pubblicati sono, in larga parte, ancora lacunosi. Infatti, per buona parte delle aree essi contengono margini di indeterminazione tali da non consentire la classificazione dei prodotti della ricerca. I singoli e le strutture non saranno pertanto in grado di selezionare i migliori prodotti da sottoporre alla valutazione prima della pubblicazione delle informazioni mancanti (soglie bibliometriche e classifiche di riviste, in particolare). Tuttavia, a poche ore dalla pubblicazione, emergono già anomalie o veri e propri errori.
Per chi vuole approfondire le dettagliate critiche di ROARS e leggere i numerosi commenti:  http://www.roars.it/online/?p=4875 01-03-2012.

RICERCA. LA SFIDA DELLA PRESENTAZIONE DI UN PRIN 2011
Quello che caratterizza il bando PRIN 2011 si può riassumere in tre punti: diminuzione complessiva del finanziamento alla ricerca; distribuzione nettamente sperequata delle risorse a danno delle discipline socio-umanistiche; macchinosità estrema di un meccanismo di selezione a due stadi, di cui il primo a livello locale, di singola università, con conseguente storno di energie e attenzione dalla redazione di buoni progetti (il compito di un ricercatore che si rispetti) al calcolo col bilancino dei presupposti di tipo ‘politico’ per la loro approvazione locale. Già questo comporta un’inutile interferenza e un controproducente appesantimento dell’elaborazione di progetti che dovrebbero essere guidati unicamente da considerazioni di validità scientifica. Le interferenze e gli appesantimenti, però, non si fermano qui e continuano a ostacolare il lavoro di chi ha accettato la sfida della presentazione di un PRIN 2011 e che magari vorrebbe disporre di regole semplici, chiare, ben definite fin dall’inizio, in modo da poterle digerire una volta per tutte e non pensarci più, almeno mentre sta scrivendo il proprio progetto. Pia illusione. Man mano che si va avanti nella compilazione si scoprono particolari stupefacenti, che seriamente fanno dubitare che chi ha redatto questo bando e stabilito queste regole sappia alcunché di ricerca scientifica. Un appello, per concludere, al governo: sarebbe possibile estendere all’università e alla ricerca quei piani di semplificazione, snellimento e maggiore efficienza che così meritoriamente il governo sta tentando di avviare in altri settori della vita pubblica e privata italiana? Regole poche, regole semplici, non drammaticamente contrarie al buon senso, regole fatte per agevolare, non per inchiodare le persone a scrivere progetti per due mesi con scarse prospettive di ottenere ciò che serve per il proprio lavoro. (Fonte: G. Abbatista,  roars  24-02-2012)

RICERCA. I RANKINGS DI RIVISTE NELLE SCIENZE UMANE
Nell’esercizio VQR 2004-2010 un punto critico è l’adozione di criteri bibliometrici per la valutazione dei prodotti della ricerca per rendere più spedito, meno costoso, e secondo alcuni anche più oggettivo il processo di valutazione. Per le aree delle scienze umane se è pur vero che è annunciato un ricorso a parametri bibliometrici solo in via “sperimentale” e per quote percentuali ridotte dei prodotti della ricerca, va osservato che l’ANVUR non intende far ricorso per queste discipline alla mera peer review, ma auspica un “mix valutativo” che faccia ricorso alla “informed peer review”. Con questo termine s’intende una revisione da parte dei pari integrata con informazioni di natura bibliometrica: si tratta appunto dei famosi rankings di riviste, che saranno inviati ai revisori insieme ai prodotti da valutare. E’ evidente che i revisori anonimi nominati dai rispettivi GEV (gruppi di esperti della valutazione) potranno decidere di non tenere in alcun conto la collocazione di una rivista nelle fasce di merito rifiutando di considerare le informazioni aggiuntive che saranno loro trasmesse. Ma è altrettanto evidente che, anche vista la mole dei prodotti oggetto di valutazione, sarà assai facile che si produca un trasferimento quasi automatico del ranking dal contenitore al contenuto. Come è ricordato nel documento IMU sui rankings di riviste, “another negative aspect of such rankings is that they have been misused in an attempt to evaluate individual departments and researchers. It is of great importance to acknowledge that, while the quality of a journal depends on the quality of the papers that appear in it, the quality of any individual paper is not determined by the quality of the journal in which it appears.” Si tratta dunque di una scelta per certi versi pericolosa e che verosimilmente produrrà effetti distorsivi. Questo sia per motivi intrinseci, legati alla natura dello strumento, che per il modo in cui si è scelto di operare nel contesto della VQR. (Fonte: A. Banfi, roars  24-02-2012)

RICERCA. PROGRAMMA PER IL RECLUTAMENTO DI GIOVANI RICERCATORI «RITA LEVI MONTALCINI»
Il Decreto del Miur 11 novembre 2011 n. 486, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 49 del 28 febbraio 2012, reca il programma di cui nel titolo. La selezione delle proposte è affidata a un comitato composto dal presidente della conferenza dei rettori delle Università italiane e da quattro studiosi di alta qualificazione scientifica in ambito internazionale, nominati dal Ministro, con il compito di esprimere motivati pareri sulla qualificazione scientifica dei candidati e sulla valenza scientifica dei progetti di ricerca. Il comitato si avvale ai fini della valutazione delle candidature di esperti, italiani o stranieri di alta qualificazione. Al termine della fase di valutazione il comitato ordina, secondo liste di priorità tra le diverse macroaree, tutte le domande valutate positivamente e propone al Ministero quelle da finanziare in relazione allo stanziamento disponibile. Il comitato valuta le domande avvalendosi, ove necessario, di revisori anonimi competenti in materia. Le liste di priorità sono approvate dal Ministro e pubblicate sul sito del Ministero. Successivamente, il Ministero prende contatto con le istituzioni, tenuto conto dell’ordine di preferenza indicato dai candidati selezionati. Queste ultime devono dichiarare la loro disponibilità/diniego all'assunzione del candidato selezionato e, in caso di disponibilità devono provvedere entro 30 giorni a inoltrare al Ministero la delibera del Dipartimento dell'ateneo contenente l'impegno a fornire adeguate strutture di accoglienza e di supporto. Entro i successivi 60 giorni i candidati selezionati sono dichiarati vincitori del predetto programma di ricerca di alta qualificazione e sono assunti dall'ateneo a seguito di chiamata diretta secondo le procedure di cui all'art. 1, comma 9, della legge 4 novembre 2005, n. 230 così come modificato dall'art. 29, comma 7, della legge 30 dicembre 2010, n. 240.

RICERCA. INIZIATIVE PER IL RIENTRO DEI CERVELLI
L'Istat ha sottolineato di recente che su 18.000 dottori di ricerca, che hanno conseguito il titolo tra 2004 e il 2006, ne lavoravano all'estero 1.300 nel 2010. Ma abbiamo università, associazioni, fondazioni e non solo che possono vantare di aver riportato «a casa» i nostri ricercatori. E per i talenti che vogliono rientrare ora? Non è una via semplice. Ciò detto, il decreto Milleproroghe ha prolungato fino al 2015 gli sgravi fiscali. E c'è qualche concreta buona opportunità. Per esempio il programma AtroFlt dà la possibilità a 14 astronomi (di cui 8 italiani), che hanno fatto esperienza fuori Europa, di lavorare all'Istituto nazionale di Astrofisica. La first call è appena conclusa, ma ce ne sarà una seconda intorno a novembre. In tutt'altro campo, l'Aire, l'associazione per la ricerca sul cancro fondata da Veronesi, finanzia progetti di ricerca quinquennali di scienziati under 35 che si sono distinti oltreconfine. I prossimi bandi apriranno a gennaio. Ma ci sono anche iniziative per studiosi in ambito economico manageriale: l'Università di Bologna ha partnership con Gruppo Unicredit e Banca Intesa che vanno proprio in questa direzione (bandi in estate). E progetti ancora in cantiere. Alma Mater ne ha allo studio uno che potrebbe andare in porto già quest'anno. Ma, per ora, il condizionale è d'obbligo. «La sfida è abilitarsi e dimostrare di essere bravi anche nel sistema italiano perché le Università colgano le migliori occasioni» sottolinea Domenico Laforgia, rettore dell'Università del Salento. (Fonte: I. Barera, Corsera 09-03-2012)

                                                                    
RIFORMA UNIVERSITARIA

RIFORMA GELMINI
Il neo ministro Francesco Profumo, a proposito dell’attuazione della riforma Gelmini, ha dichiarato che «quando si inizia un lavoro è indispensabile far funzionare quel che c'è. La riforma ha aspetti positivi e altri meno, ma questo Paese non può campare in eterno con rivoluzioni e fasi transitorie». La legge 240 introduce numerose e importanti novità. Dal punto di vista istituzionale razionalizza il sistema di governo delle Università: abolisce il bicameralismo perfetto esistente tra Senato accademico e Consiglio di Amministrazione (Cda), assegnando a quest’ultimo un golden share; introduce nel Cda una quota di membri esterni; rafforza il ruolo del Rettore; cancella le Facoltà e assegna le competenze didattiche ai Dipartimenti, finora responsabili della sola ricerca. Dalla lettura congiunta di queste misure si percepisce il tentativo di ridurre il peso delle corporazioni concentrando il potere al vertice. Un capitolo importante è dedicato alla valorizzazione del merito: è previsto un nuovo Fondo destinato a premiare il merito degli studenti, mentre una quota crescente di risorse sarà distribuita alle Università in base alla valutazione (attualmente il 10% del Fondo di Finanziamento Ordinario). Sono poi rivisti i meccanismi di reclutamento dei docenti: è reintrodotta l’abilitazione nazionale e creata la figura del ricercatore a tempo determinato con possibilità di promozione a professore associato (c.d. tenure track). (Fonte: E. E. Bernardi, www.ragionpolitica.it  27-02-2012)

RIFORMA. GLI ELEMENTI DI ROTTURA NELLA RIFORMA GELMINI
Il ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca Maria Stella Gelmini difficilmente potrà essere accusata di essersi limitata al quieto vivere. In un periodo di strisciante e generalizzato decadimento del Paese, lo sforzo compiuto dal ministro Gelmini è quantomeno sufficiente a distinguerla, in meglio, da coloro che hanno assistito passivamente a quel decadimento, negli ambiti di rispettiva competenza. Gli elementi più significativi di rottura del ministero Gelmini rispetto al passato, quelli per cui della Gelmini non ci dimenticheremo, sono almeno tre.
Innanzitutto, è stato il primo ministro dell'Università a cercare di scardinare il principio secondo cui i professori universitari possono fare quel che vogliono (in particolare non fare nulla), senza alcun tipo di valutazione che abbia conseguenze sulla loro retribuzione e sulle loro carriere. Ha eliminato gli scatti di anzianità per i docenti, e ha previsto incentivi e disincentivi economici basati sulla qualità del singolo; ha introdotto dei requisiti di produttività scientifica per la partecipazione alle commissioni che devono decidere accessi e promozioni alla carriera accademica; ha disegnato un sistema ispirato alla tenure track anglosassone per le fasi iniziali di questa carriera; ha messo in funzione stabile l'Anvur cui è stato affidato il compito di valutare l'intero sistema universitario non solo per quel che riguarda la ricerca, ma anche per quel che riguarda la didattica, e ha legato esplicitamente a questa valutazione l'attribuzione di una quota dei finanziamenti agli atenei tendenzialmente crescente.
Il secondo elemento significativo di rottura rispetto al passato è stato il tentativo di superare l'assurda schizofrenia tra i dipartimenti (cui era affidata la ricerca, ma non la possibilità reale di assumere i ricercatori che avrebbero dovuto farla) e le facoltà (cui era affidata la didattica e il vero potere di controllo sulle assunzioni e le carriere, che quindi erano gestite non pensando alla ricerca ma solo, appunto, alla didattica).
Il terzo elemento di rottura è consistito nei tagli al Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) che rimarranno per sempre associati al nome della Gelmini. Tagli pesanti nell'entità (-3,7% nel 2010; —7,4% nel 2011 e —12,5% come valore stimato per il 2012), ma soprattutto assolutamente scollegati da qualsiasi valutazione individualizzata dei meriti, dei comportamenti e dei bisogni. Per
Una potatura pesante era (e continua a essere) necessaria per tagliare i rami secchi e far crescere meglio quelli che possono dare frutto. La colpa che invece è imputabile alla Gelmini è di non aver potato per far crescere: ha rasato indiscriminatamente. Sebbene la sua riforma abbia iniziato a introdurre, seppure in modo ancora limitato, alcuni importanti indicatori di qualità della ricerca e della didattica per la determinazione della quota premiale dell'Ffo, quest'ultima è ancora troppo modesta e la sua attribuzione disegnata in modo troppo complesso, poco trasparente e quindi difficilmente in grado di generare un’effettiva pressione verso comportamenti virtuosi, anche nei pochi casi in cui gli indicatori prescelti sono quelli giusti.
In conclusione, ricorderemo Maria Stella Gelmini per tre importanti elementi di rottura con il passato, che nelle intenzioni potevano avere significativi e dirompenti effetti positivi, ma che purtroppo, quando le bocce si fermeranno, temiamo non avranno portato grandi benefici. Nonostante questo, le va dato atto di aver provato a cambiare la partita, di non aver accettato per quieto vivere il proseguire del degrado. E la sua «bocciata» potrebbe fornire l'occasione per cambiare realmente, prendendo sul serio i principi dell'autonomia e della valutazione, aumentando la responsabilizzazione degli studenti, avendo fiducia nella loro capacità di scelta; e recuperando nuove risorse da un maggiore coinvolgimento di coloro che da una migliore università trarranno i maggiori benefici. (Fonte: A. Ichino e D. Terlizzese, Il Mulino 01/2012)

RIFORMA. LA GOVERNANCE DEGLI ATENEI NELLA RIFORMA GELMINI
Nelle sue parti migliori e più coraggiose, questa riforma mostra chiaramente il proposito di inserirsi nel solco dei mutamenti avvenuti nel resto d'Europa e di colmare i ritardi nella modernizzazione dell'università italiana. L'apertura alla domanda sociale, l'enfasi sull'efficienza delle strutture di governo e sul superamento del dualismo sia a livello centrale sia a quello di base, gli obiettivi di valorizzazione del merito, l'accentuazione del controllo ex post e della valutazione sulle prestazioni delle università sono scelte pienamente congruenti con le tendenze che interessano tutti i sistemi universitari europei. Giustamente la riforma ribadisce la centralità dell'autonomia universitaria, intesa come capacità di progettare e realizzare gli obiettivi prescelti, senza condizionamenti estranei all'interesse generale dell'ateneo, purché esercitata in modo responsabile. Ciò che era chiamato «gestione democratica e collegiale» degli atenei era in realtà una gestione basata su un macroscopico conflitto di interessi: gli organi decisionali che dovevano decidere sull'allocazione delle risorse (fondi, reclutamento ecc.) erano composti dai rappresentanti eletti di quelle strutture (facoltà, dipartimenti ecc.) che le risorse le richiedevano e le utilizzavano. Inoltre, la collegialità degli organi decisionali in cui tutti erano rappresentati impediva di fatto ogni selezione in base al merito, o a qualunque altro criterio comportasse decisioni selettive, per favorire invece meccanismi spartitori tesi a non scontentare nessuno, e quindi a conservare e riprodurre l’esistente. Tuttavia, l’alternanza invocata da varie parti, cioè una gestione manageriale basata sui puri poteri di efficienza e di competizione, presenta anch'essa un grave vizio: il fatto che solo le comunità scientifiche, non manager esterni, sono in grado di valutare problemi e prospettive nella loro area disciplinare. Solo chi ha una conoscenza approfondita e dall'interno delle potenzialità e delle criticità di una struttura o di un'area scientifica può indicare quali insegnamenti attivare, quali ricerche sostenere e quali profili privilegiare nel reclutamento.
In sintesi, quali sono le soluzioni adottate nella maggior parte degli altri Paesi? Un ruolo forte di indirizzo strategico del consiglio di amministrazione, a maggioranza di membri esterni nominati, come vertice unico dell'ateneo. Una grande rilevanza e forti poteri assegnati al rettore o presidente dell'ateneo, anch'esso per lo più designato. Un ruolo del senato accademico (o organo equivalente) diverso rispetto al passato: non più vertice reale dell'ateneo ma organo che ha il compito di fornire pareri su tutte le materie scientifiche e didattiche, senza però essere il decisore finale.
La riforma Gelmini, così prescrittiva su tanti aspetti di dettaglio, ha invece lasciato agli atenei il compito di scegliere nei loro statuti le soluzioni preferite su questi punti decisivi degli assetti di governance. E, com'era prevedibile, la stragrande maggioranza degli atenei ha scelto le soluzioni più conservatrici possibili, in alcuni casi addirittura sfidando lo spirito, se non la lettera, della legge di riforma. Per quanto è dato di sapere fino a oggi, infatti, nessuna università ha scelto un sistema di elezione di secondo grado (cioè di designazione da parte di organi collegiali) del rettore, per sottrarlo almeno in parte a meccanismi di voto di scambio e di ricerca di un consenso elettorale basato solo sulle capacità di mediazione. Per quanto riguarda il consiglio di amministrazione, il numero di membri esterni è stato quasi sempre stabilito nel minimo previsto dalla legge (le soluzioni prevalenti sembrano essere 3 su 11 o 2 su 10), e in non pochi casi si è cercato di rendere elettiva la scelta dei componenti interni (sfruttando un equivoco terminologico consentito dalla «timidezza» della legge).
Insomma, dirigismo sui dettagli e lassismo sui nodi cruciali rischiano di non risolvere quei problemi che una riforma della governance in senso europeo era chiamata ad affrontare. (Fonte: M. Regini, Il Mulino 01/2012)

RIFORMA. GOVERNANCE DEGLI ATENEI. DEMOCRAZIA E RESPONSABILIZZAZIONE DECISIONALE
Una vera responsabilizzazione vorrebbe che ognuno prenda le decisioni in autonomia, rispondendo però delle conseguenze. Perché il Consiglio d’Amministrazione di un ateneo dovrebbe essere diverso da quelli di tutte le altre aziende, cui peraltro si vuole che l’università assomigli? Perché ha bisogno di un tutore come i minorenni? Su questa considerazione generale s’innesta la responsabilità interna al governo degli atenei, e quindi la modalità di composizione e il funzionamento degli organismi che gli statuti propongono per l’esercizio dell’autonomia. Il rischio è che questi organismi siano tanto più deresponsabilizzati quanto più ricevono deleghe in bianco. E ciò vale a prescindere dai meccanismi di nomina o di rappresentanza dal basso, molto variegati nei diversi atenei (tab. 1).
Tab. 1 – Modalità di nomina del Consiglio d’amministrazione in 22 atenei italiani i cui statuti sono stati pubblicati entro febbraio.
COMPONENTI INTERNI CDA
COMPONENTI ESTERNI CDA
nomina da Senato Accademico
nomina da rettore
sistema misto
elezione
nomina da Senato Accademico
nomina da rettore
sistema misto
12
3
3
4
10
5
7
54,55%
13,64%
13,64%
18,18%
45,45%
  
Qual è il metodo migliore? Quello elettivo o quello di nomina rettorale o quello misto, con commissioni che propongono e altri organismi che nominano scegliendo fra le proposte?
Non credo che il problema della responsabilità si risolva con la delega più o meno rappresentativa, considerata come segno di democrazia. L’esperienza e la storia ci hanno insegnato che è percezione illusoria di democrazia, nell’attribuzione di responsabilità riguardo ai processi decisionali, quella che la identifica in ogni caso nella via esasperatamente ‘rappresentativa’. Ci possono essere pessime decisioni, o prolungate deleterie non-decisioni, da parte di organismi rappresentativi – vediamo tanti esempi al riguardo – mentre molti sistemi funzionano ottimamente prescindendo da essi, e senza scadere nell’autoritarismo o nella dittatura. È percepita invece come democrazia realmente partecipativa quella che consente di monitorare e verificare costantemente le decisioni e gli effetti che ne derivano. Il dibattito penso vada indirizzato sui meccanismi di controllo degli organismi decisionali oltre (più?) che su quelli della loro scelta / designazione / elezione.
La parola chiave di un vero rinnovamento degli atenei (e non solo…) è la responsabilità degli organismi, elettivi o nominati che siano. Promuovere anzitutto la responsabilità finanziaria, come in altri sistemi già avviene: gli atenei ricevono fondi, dallo Stato e/o da privati o da organi sovranazionali, in base alla produttività, valutata con criteri oggettivi e predefiniti; e a cascata le strutture interne a ciascun ateneo sono finanziate in base alla specifica produttività sia scientifica sia didattica e organizzativa sia i Nuclei di Valutazione definiscono nel modo più trasparente. La responsabilità finanziaria è motivante quando rischia di toccare le tasche dei singoli docenti che fanno parte della struttura dove si assume una decisione ‘responsabile’, ad esempio riguardo alle assunzioni di personale: se si stabilisse che una parte dello stipendio, come indennità aggiuntiva, è variabile in base alla valutazione scientifica e didattica delle strutture – ben vengano a questo punto i criteri predefiniti, purché semplici e chiari – a nessuno converrebbe assumere asini o fannulloni solo perché vantano altri ‘meriti’ non proprio scientifici o di competenza didattica, né converrebbe consentire che altri lo facciano. (Fonte: S. Di Nuovo, roars 29-02-2012)

RIFORMA. RILIEVI DEL MIUR AL NUOVO STATUTO DELL’UNIVERSITA’ LA SAPIENZA
Il MIUR invia numerosi rilievi al nuovo statuto proposto dall'ateneo La Sapienza di Roma. I dirigenti del ministero scrivono che deve esserci "un bilancio unico di ateneo", non tanti quanti sono stati proposti. E aggiungono: "Si esprimono perplessità sulla costituzione di molteplici nuclei di valutazione (remunerati; ndr) in ciascuna facoltà". "Si elimini", esortano poi, "la possibilità di costituire dipartimenti cosiddetti atipici (articolo 10) perché non è consentito dalla legge". "È necessario", sollecitano, "riformulare le norme sul reclutamento dei professori e dei ricercatori".
In altre parole, le "proposte di chiamata" dei docenti in cattedra da parte dei Dipartimenti devono passare il vaglio del consiglio di amministrazione. Di più: all'articolo 15 era previsto l'organismo di mediazione nelle controversie che, nello statuto proposto, però, "risulta essere un ente completamente autonomo sul piano organizzativo, contabile, regolamentare e amministrativo". Non va bene. Ipotesi respinta. Con un’esortazione: "L’organismo sia un'articolazione dell'ateneo, operi nel rispetto della legge sulla conciliazione e non goda di autonomia contabile". Ancora più dure le osservazioni sulla composizione e sulle competenze del senato accademico. La proposta della Sapienza puntava a spostare su questo alcune funzioni del CDA, ma il ministero ricorda: "Spetta esclusivamente al consiglio di amministrazione la materia contabile così come quella dell'attivazione dei corsi di laurea e delle nuove sedi universitarie". I dirigenti del Miur "rilevano come la composizione del Senato accademico presenti diversi profili di illegittimità". Il nuovo statuto, criticano, "prevede un numero di componenti che eccede il limite massimo consentito dalla legge". "Secondo la previsione statutaria", argomentano, "i "senatori" sarebbero 36 ai quali si aggiungono i presidi delle facoltà". Ma la presenza di questi ultimi, sottolineano, "è contraria al regime del cumulo delle cariche accademiche”. I "senatori", insomma, non possono essere i presidi di facoltà. Il Miur considera eccessivo anche il numero dei componenti il CDA previsto dal nuovo statuto: "L'organo risulta illegittimamente costituito da 14 consiglieri". (Fonte: C. Picozza,
roma.repubblica.it 11-03-2012)


ISTRUZIONE. LAUREE. PROFESSIONI
                                     
UNA SINTESI DELL’EVOLUZIONE DELL’ISTRUZIONE SECONDARIA E SUPERIORE
Non vi è stata forse una grande riforma scolastica, comparabile a quella di Giovanni Gentile, ma negli ultimi cinquant'anni le correzioni sono state numerose. È stata ampliata la gamma dei licei offerti agli studenti. I programmi scolastici sono stati adattati ai tempi. Le prove d'esame hanno subito diversi adattamenti. Ciò che è veramente cambiato, rispetto alla riforma Gentile, non è l'architettura dell'insegnamento secondario, ma il suo spirito e i suoi obiettivi. Nelle intenzioni del filosofo idealista il liceo era il collo dell'imbuto che avrebbe selezionato i giovani di una nuova classe dirigente per avviarli agli studi universitari. La maturità classica li avrebbe indirizzati verso le scienze umane, la maturità scientifica verso le scienze esatte e applicate. Sulla soglia dell'università non vi sarebbero stati esami d'ingresso perché la licenza liceale rappresentava già, di per sé, una selezione. Per i ceti sociali meno favoriti o meno ambiziosi vi sarebbero stati percorsi diversi, destinati alla formazione di operai, artigiani e professioni minori.
Con l'avvento dei partiti di massa, dopo la fine della seconda guerra mondiale, e soprattutto con la formazione dei primi governi di centrosinistra all'inizio degli anni Sessanta, gli obiettivi sono cambiati. Occorreva elevare il grado d'istruzione del maggior numero possibile di persone e occorreva farlo democraticamente, vale a dire evitando di abbandonare lungo la strada i giovani meno preparati e dotati. A mano a mano che i nuovi professori subentravano ai vecchi, questa politica dell'educazione ha finito per allargare considerevolmente l'imbuto della licenza liceale. Il fenomeno non è soltanto italiano. In molte altre democrazie occidentali, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, la scuola media superiore si conclude ormai con un diploma che è di fatto un certificato di frequenza. Ma in questi Paesi la selezione avviene nella fase successiva, quando lo studente decide di iscriversi all'università e deve superare un esame di ammissione. In Italia invece quasi tutte le università, sino a tempi recenti, hanno continuato a operare come se la selezione, grazie alla maturità, vi fosse già stata. Aggiungo che questo è accaduto mentre il miracolo economico creava un nuovo ceto medio, desideroso di consolidare con una laurea la sua recente promozione sociale. Le università si sono troppo rapidamente ingrossate e molte, quale più quale meno, hanno finito per adeguarsi ai criteri del livellamento democratico. Il valore legale del titolo di studio ha contribuito a peggiorare la situazione. Se ogni università rilascia alla fine degli studi lo stesso documento, molti giovani cedono alla tentazione di andare alla ricerca di quella più ospitale e generosa. Nei prossimi anni vi saranno certamente altre riforme, ma saranno buone, in ultima analisi, soltanto se eviteranno di eludere il problema della selezione. (Fonte: S. Romano, Corsera 02-03-2012)

LAUREE. VALORE LEGALE DELLA LAUREA. PARTE IL 22 MARZO LA CONSULTAZIONE PUBBLICA
La consultazione pubblica online sul valore legale della laurea inizierà giovedì 22 marzo 2012. Da quella data, collegandosi al sito web del Ministero dell’istruzione si potrà accedere a una pagina dedicata, dove sarà messo a disposizione un documento di base, una sorta di piattaforma sulla quale innescare la discussione se abolire o no il valore legale del titolo di studio. La consultazione pubblica attraverso internet durerà circa 20 giorni. Per partecipare alla discussione e dire la propria opinione, sarà obbligatoria la registrazione per evitare il rischio di votare più volte.
Quello che per ora pare certo è che non sarà predisposto un semplice quesito ‘Sì-No’, per non trasformare la questione del valore legale della laurea in una sorta di referendum.
Le questioni in discussione relative al valore legale della laurea riguardano fondamentalmente le seguenti proposte:
 - l’eliminazione della tipologia di laurea come vincolo nei concorsi pubblici;
- l’eliminazione del valore del voto di laurea nei concorsi pubblici;
- la differenziazione del titolo di studio secondo la qualità delle facoltà e Università di provenienza;
- l’eliminazione o la riduzione del peso della laurea nei concorsi pubblici;
La prima proposta prevede la possibilità di ammettere ai concorsi per la dirigenza pubblica tutti i tipi di laurea e non solo quelle appartenenti alle facoltà tradizionali quali giurisprudenza o scienze politiche, ad eccezione dei casi in cui siano richieste competenze tecniche specifiche.
Una scelta del genere consentirebbe da un lato, così come affermato da Pietro Manzini (de lavoce.info), di intercettare ‘saperi utili e diversificati’ e quindi di conferire maggiore valore e ‘ricchezza’ di apporti al sistema pubblico; dall’altro valorizzerebbe maggiormente capacità, competenze e conoscenze dimostrate dal candidato nel concorso, al di là del percorso di studi effettuato.
Per quanto riguarda invece il secondo punto, eliminazione del valore del titolo di studio significa sostanzialmente che un voto di 90/110 avrebbe lo stesso valore di un 110/110 e lode.
Obiettivi del Governo in questo senso sembrano essere sostanzialmente due: da un lato conferire maggiore importanza al valore reale (quindi alle reali capacità dei diversi candidati) rispetto alla “funzione burocratica”, in modo tale che solo i soggetti realmente capaci possano accedere alla carriera negli apparati statali; dall’altro (e qui ci colleghiamo al terzo punto) considerare come maggiormente importante la qualità dell’insegnamento, e più in generale dei servizi offerti dalle Università, piuttosto che il voto in sé. Oggi, infatti, i titoli di studio rilasciati da qualsiasi delle numerose Università presenti sul territorio italiano hanno lo stesso identico peso e valore nelle selezioni per gli impieghi pubblici.  (Fonte: S. Ivaldi, you-ng.it 05-03-2012)

LAUREE. Il RAPPORTO FRA LAUREE E CARRIERE PUBBLICHE
Nella discussione in corso sul valore legale delle lauree sono ignorati i problemi più gravi che oggi viziano il rapporto fra lauree e carriere pubbliche.
Il primo di questi problemi è che, per molti concorsi pubblici, la preselezione data dalla laurea non impedisce la presentazione di migliaia di domande, anche per pochi posti. Ciò rende impossibile una valutazione imparziale ed efficiente della qualità dei candidati, impegna le commissioni per periodi lunghissimi e – per ragioni che è facile intuire – incentiva un’adverse selection dei commissari. Questo sistema perverso potrebbe essere riformato subito, introducendo un elemento di sana competizione fra Università. Basterebbe attribuire alle Università una funzione espressa di preselezione, cioè stabilire come requisito di ammissione al concorso una valutazione specifica di idoneità (a ricoprire il posto messo a concorso) da parte dell’Università di provenienza del candidato. Il ranking nazionale potrebbe essere costruito poi in base agli esiti della prima selezione (e poi delle successive), e ciò potrebbe consentire anche, in futuro, di fissare limiti numerici differenziati per i candidati ai concorsi provenienti dalle diverse Università. In questo modo si avrebbero concorsi di breve durata e, presumibilmente, selezioni migliori.
Il secondo grave problema è oggi costituito dal valore “convenzionale”, piuttosto che legale, che la laurea ha acquisito, sulla base di accordi sindacali, divenendo strumento di promozione interna nella carriera. In questa prospettiva s’inserisce il fenomeno dei “crediti formativi” e delle convenzioni che diverse Università hanno stipulato con diversi enti pubblici, offrendo lauree facilitate (una vera e proprio concorrenza al ribasso). Sull’abolizione del valore “convenzionale” del titolo sarebbe salutare un colpo di spugna. Ma non mi pare che la proposta sia all’ordine del giorno. (Fonte: M. Libertini, www.apertacontrada.it 29-02-2012)

LAUREE. LA LAUREA NEI CONCORSI PUBBLICI
In molti dei concorsi più difficili, quelli che danno accesso alle elite del settore pubblico (quelli per l’accesso alle magistrature, alle burocrazie parlamentari, alla Banca d’Italia, al corso-concorso per l’accesso alla dirigenza pubblica e anche al notariato), la laurea è sì un requisito per partecipare, ma poi il concorso è talmente difficile e selettivo, che il numero dei vincitori è quasi sempre inferiore a quello dei posti messi a concorso. In questo contesto, distinguere tra i diversi tipi di laurea avrebbe il solo possibile effetto di selezionare ulteriormente, ciò che il concorso fa già egregiamente. Sono cose che bisognerebbe conoscere, prima di pronunciarsi su questi temi.
Ma non ci sono solo questi grandi concorsi, che tutto sommato funzionano abbastanza bene. Ci sono anche i tanti micro-concorsi, banditi da comuni, camere di commercio, ordini professionali, università ed enti vari. Qui ci sono spesso i concorsi pilotati, con bandi-fotografia e commissioni compiacenti. Anche in questo caso, non bisogna generalizzare: a volte si tratta di consentire la meritata progressione in carriera a dipendenti di valore. Ma altre volte si tratta di assunzioni clientelari. E se il bando è fatto su misura per un laureato di un’università mediocre, al laureato dell’università eccellente è difficile far valere la competenza acquisita.
Il problema in questi casi esiste. Ma siete sicuri che lo si risolva eliminando il valore dei titoli di studio? Non pensate che, in questo modo, il sindaco, presidente o direttore generale dell’ente avrà le mani ancora più libere, perché potrà far partecipare al concorso anche un ignorante non laureato (e non solo un ignorante laureato)? Forse il valore legale è meglio che niente.
Il problema del malcostume e delle cattive prassi nei concorsi pubblici indubbiamente esiste, ma non lo si risolve in questo modo. Tra i possibili rimedi, ce n’è uno che varrebbe la pena di sperimentare ma che – questa volta sì – richiede una legge, da scrivere con cura: centralizzare i concorsi, privando le singole amministrazioni del potere di controllarli. (Fonte: B. G. Mattarella, roars 02-03-2012)

LAUREE. LA DISOCCUPAZIONE AUMENTA TRA I GIOVANI LAUREATI. XIV RAPPORTO ALMALAUREA
La disoccupazione aumenta tra i giovani laureati e anche quando il lavoro si trova, rispetto al passato è meno stabile. E' quanto emerge dal XIV Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati presentato oggi a Roma nella sede della CRUI. L’indagine ha coinvolto circa 400mila laureati. Si tratta di quasi 186mila laureati del 2010 (più di 113mila di primo livello; 54.300 biennali specialistici; quasi 16mila a ciclo unico, ovvero i laureati in medicina, architettura, veterinaria, giurisprudenza) intervistati nel 2011, a un anno dal conseguimento del titolo; 53mila laureati del 2008, specialistici e a ciclo unico, intervistati dopo tre anni; 22mila laureati pre-riforma del 2006, intervistati dopo cinque anni. Dal rapporto emerge che una percentuale notevole e in crescita di giovani, tra cui vi sono anche profili che in tempi migliori non avrebbero avuto difficoltà a trovare un lavoro, è a rischio di disoccupazione prolungata o di inattività, con effetti che potrebbero divenire irreversibili. Tali rischi includono la difficoltà protratta di trovare lavoro e la persistenza di differenziali salariali. Secondo la documentazione più recente (Istat), a gennaio 2012, i tassi di disoccupazione giovanile nel nostro Paese hanno raggiunto livelli superiori al 31%.
Contemporaneamente emergono aree a rischio di marginalità per i giovani non inseriti in un percorso scolastico/universitario/formativo e neppure impegnati in un'attività' lavorativa. Nel 2010, in Italia il fenomeno riguarda oltre due milioni di giovani (più del 22% della popolazione di età 15-29 anni). Su questo terreno la posizione dell'Italia, al vertice della graduatoria europea, è distante dai principali paesi quali Germania (10,7), Regno Unito e Francia (entrambi 14,6), risultando così particolarmente allarmante.
Il rapporto evidenzia inoltre che in Italia è penalizzata l'occupazione più qualificata. In particolare, evidenzia AlmaLaurea, l'evoluzione della quota di occupati nelle professioni più qualificate evidenzia criticità, di natura sia strutturale sia congiunturale, queste ultime particolarmente preoccupanti. Tra il 2004 e il 2008, quindi negli anni precedenti alla crisi, tranne che in una breve fase di crescita moderata, l'Italia ha fatto segnare una riduzione della quota di occupati nelle professioni ad alta specializzazione, in controtendenza rispetto al complesso dei paesi dell'Unione Europea. Un'asimmetria di comportamento che si è accentuata nel corso della crisi: mentre al contrarsi dell'occupazione, negli altri paesi è cresciuta la quota di occupati ad alta qualificazione, nel nostro paese è avvenuto il contrario.
In Italia si contano ancora pochi laureati: nel nostro Paese i giovani sono pochi e per di più poco scolarizzati. Ancor oggi il confronto con i paesi più avanzati ci vede in ritardo: 20 laureati su cento di età 25-34 contro la media dei paesi OECD pari a 37 (mentre in Germania sono 26 su cento, negli Stati Uniti 41, in Francia 43, nel Regno Unito 45, in Giappone 56). Il nostro - segnala AlmaLaurea - è un ritardo dalle radici antiche e profonde: nella popolazione di 55-64 anni sono laureati 10 italiani su cento, metà di quanti risultano nei paesi OECD (in Francia sono 18, in Germania 25, nel Regno Unito 29, negli USA 41) e che riguarda ovviamente, sia pure su valori diversi (ma in graduale miglioramento) anche imprenditori e dirigenti, pubblici e privati.
Anche sul terreno della scolarizzazione superiore nella popolazione adulta il Paese è in forte ritardo. Al punto che, ancora oggi, il 75% dei laureati di primo livello porta a casa un titolo di studio mancante a ciascuno dei genitori.
Nonostante poi i giovani con una preparazione universitaria costituiscano nel nostro Paese una quota modesta, risultano ancora poco appetibili per il mercato del lavoro interno. I più recenti risultati dell'indagine Excelsior-Unioncamere sui fabbisogni occupazionali delle imprese italiane (che non comprende il settore della pubblica amministrazione) testimoniano il crescente peso relativo dei laureati sul complesso delle assunzioni previste.
Ma la consistenza della domanda di laureati, complessivamente pari a 74mila nel 2011 (il 12,5% di tutte le assunzioni previste) conferma la ridotta utilizzazione di personale con formazione universitaria. Negli USA, le più recenti previsioni, elaborate per il decennio 2008-2018, stimano il fabbisogno di laureati pari al 31% del complesso delle nuove assunzioni.
A tre anni dalla laurea le differenze di genere si confermano significative e pari a 7 punti percentuali: lavorano 71 donne e 78 uomini su cento. Anche a tre anni dal conseguimento del titolo il lavoro stabile è prerogativa tutta maschile: può contare su un posto sicuro, infatti, il 66% degli occupati e il 49% delle occupate. I laureati specialistici del 2008 guadagnano il 28% in più delle loro colleghe (1.432 contro 1.115 euro). (Fonte: Adnkronos/Ign 06-03-2012)

ISTRUZIONE. UNA FORMAZIONE MENO GENERALISTA PER DIVENTARE SUPER-TECNICI
«Le università e la politica hanno finito per considerare i processi formativi alla stregua di accumulazioni finanziarie: più anni si studia maggiore è la formazione che si ha. Non è così, invece. Per 15-20 anni gli istituti tecnici sono stati considerati luoghi non adatti. Erano i licei soltanto i luoghi dove si poteva studiare e andare avanti. Il ministero dell'Istruzione venti anni fa aveva tentato di dare il via libera a un diploma universitario post-diploma destinato a chi aveva frequentato i tecnici. L'idea era di creare dei super-geometri o dei super-periti. Forse non era meravigliosa ma di sicuro era preferibile al 3+2 che poi l'ha superata. Era pensata per garantire un'offerta di lavoro intermedio». Ma «è arrivato il 3+2 che ha sconvolto ogni piano. Abbiamo creato tanti ingegneri generici, il mercato non sapeva che farsene. L'Italia non ha bisogno di geni: la gran parte di chi accede alla formazione deve poter garantire una risposta a un'offerta di lavoro intermedia, non di eccellenza. La nostra struttura imprenditoriale è per il 95% costituita da piccole imprese con al massimo dieci addetti, non ci è consentito altro. Anche oggi non abbiamo bisogno di geni, e nemmeno più di super-geometri o super-periti. Abbiamo bisogno però di super-tecnici che sappiano tutto di tecnologia, di informatica, del mondo digitale». «Le aziende sono colpevoli perché dovrebbero investire nei giovani: puntare su uno o due e formarli al loro interno. Ma le università italiane sono cresciute troppo e creano folle di persone frustrate perché si sono laureate, ma non trovano lavoro o perché non hanno le idee chiare e frequentano corsi a caso senza sapere bene perché. La formazione non può prescindere dalla specificità». Come uscire da questa impasse? «Con finanziamenti che permettano alle aziende di investire nei giovani ma anche cambiando il sistema di finanziamento delle università: finché sarà legato al numero degli iscritti non si otterrà altro che un allargamento quantitativo della formazione». (Fonte: F. Ama., intervista a G. De Rita presidente del Censis, La Stampa 28-02-2012)

ISTRUZIONE. UNA FORMAZIONE PIÙ GENERALISTA SALVO CASI PARTICOLARI
L'approccio generalista è obsoleto e sbagliato? Per dirlo non basta limitarsi a deprecare i troppi letterati e avvocati. Bisogna dimostrare che la scienza di base non serve e che la facoltà di Scienze può essere riassorbita da quella di Ingegneria. È difatti evidente che la formazione di un laureato in fisica o in matematica, ma anche in biologia, non configura uno sbocco professionale preciso, per quanto possa essere specialistica la tesi di laurea scelta. Per far progredire le scienze applicate non servono più fisici teorici, chimici o matematici? Sarebbe una tesi avventata a fronte di quello che insegna la storia della tecnologia, termine che vuol dire proprio questo: tecnica fondata sulla scienza. È difficile immaginare che un Paese avanzato, che non si accontenti di vegetare sulle scoperte altrui, possa avere un futuro senza scienza di base. Peraltro, lo sviluppo della tecnologia si è sempre avvalso di un atteggiamento lungimirante da parte delle imprese, consistente nel privilegiare le persone aventi una formazione di base e generale solida, proprio in quanto capaci di autonomia e di flessibilità, riservandosi di fornire in azienda le competenze specifiche. È da augurarsi che non prevalga la visione miope di cercare persone formate per mansioni particolari invece che dotate di flessibilità e autonomia intellettuale, modellando l'università su questi scopi ristretti, come un servizio di formazione addetti. Si parla tanto dell'esigenza di «imparare a imparare» e poi rischiamo di chiedere all'università di venir meno a una delle sue funzioni. La via per valorizzare la cultura scientifica, di cui si proclama tanto la necessità, non è quella di trasformarla in percorsi direttamente applicativi, funzionali a uno sbocco professionale determinato a priori. Così non formeremo persone capaci e autonome, ma polli di batteria, per giunta spesso frustrati. (Fonte: G. Israel, Il Messaggero 28-02-2012)

ISTRUZIONE. NUOVI STRUMENTI INTERAMENTE BASATI SU INTERNET A LA SAPIENZA
Google e Università di Roma La Sapienza hanno annunciato il via libera al progetto in base al quale ognuno dei165mila studenti dell'ateneo avrà da subito una propria casella e-mail accessibile da qualsiasi dispositivo fisso o mobile connesso a Internet, oltre a servizi che consentiranno la condivisione via web di ogni documento a supporto dello studio. La Sapienza risponde così alle aspettative dei propri studenti rendendo disponibili moderni strumenti interamente basati su Internet a supporto dello studio e della comunicazione e si unisce agli oltre 15 milioni di studenti e insegnanti che, nel mondo, già usano Google Apps for Education. Rilevante esempio di collaborazione tra pubblico e privato e di innovazione all'interno del mondo accademico, il progetto sviluppato dalla Sapienza e da Google (supportata dal partner Scube NewMedia), metterà gratuitamente a disposizione di tutti gli iscritti l'insieme di servizi 100 per cento web di Google, che comprendono la posta G-mail e applicazioni per condividere "in the cloud" (via Internet) ogni genere di documento, immagine e video. In un secondo momento, Google Apps sarà esteso anche al corpo docente, in modo da portare al massimo livello l'interazione a supporto di più moderne modalità di studio. I servizi integrati in Google Apps for Education quali Google Docs potranno così supportare una completa interazione online tra insegnanti e studenti, mentre funzioni quali Google Calendar consentiranno di gestire al meglio l'organizzazione interna (aule, eventi, sessioni d'esame, ecc.). Ricerche, lavori di gruppo, perfino colloqui con i docenti avverranno via web, magari mediante la video chat integrata in G-mail. (Fonte: roma.ogginotizie.it 29-02-2012)

ISTRUZIONE. PER LA CRESCITA INVESTIRE NELL’ISTRUZIONE
«Niente cultura, niente sviluppo», ha titolato Il Sole 24 Ore lanciando un appello per fare ripartire il Paese puntando su una «costituente» che «riattivi il circolo virtuoso tra conoscenza, ricerca, arte, tutela e occupazione». I confronti su 125 nazioni, stando ai dati dell'Università di Costanza, non lasciano dubbi: dove c'è più cultura c'è più innovazione, più sviluppo, più ricchezza e meno corruzione. Rovesciamo: dove c'è meno cultura c'è meno innovazione, meno sviluppo, meno ricchezza, più corruzione. Nel 2001 investivamo sul nostro tesoro d'arte e paesaggi solo lo 0,39% del Pil, siamo precipitati a un miserabile 0,19%: è stato saggio? Colpa della crisi, dicono. Ma investendo nel «Guggenheim», spiega uno studio di Kea European Affairs per la Ue, Bilbao ha recuperato in 7 anni i soldi spesi «moltiplicati per 18», con la parallela creazione di migliaia di posti di lavoro. Al punto d'esser presa a modello dalla Francia, che per rianimare l'agonizzante area di Lens ha deciso di fare lì, tra le fabbriche dismesse, un nuovo «Louvre» col calcolo che, per ogni euro investito, ne torneranno «come minimo sette». Su 911 beni artistici tutelati dall'Unesco ne abbiamo più di tutti nel pianeta: 45. Molti più di Francia o Stati Uniti che ci staccano nelle classifiche turistiche. Il guaio è che questo patrimonio, accusa un dossier PwC, lo usiamo male, ricavandone la metà rispetto a Gran Bretagna, Germania e Francia e un terzo rispetto alla Cina.
Ci vorrebbe più testa, per usarlo. E una classe politica più interessata, curiosa, colta. Alla Costituente, pur avendo la guerra ostacolato i percorsi universitari, era laureato il 92% dei parlamentari: oggi la quota si è inabissata al 64%. Ma è il Paese tutto ad arrancare: dai sindaci ai governatori, dagli assessori ai consiglieri regionali. Da dove ripartire, per fermare la dittatura dell'incuria? Dalla scuola: da lì occorre ricominciare. La storia dell'arte via via più maltrattata («sarà possibile diplomarsi in Moda, Grafica e Turismo senza sapere chi sono Giotto, Leonardo o Michelangelo», s’indigna Tomaso Montanari sull'ultimo bollettino di Italia Nostra) deve essere materia di interesse nazionale. E permeare i nostri figli fin dalle elementari. Investiamo sulla bellezza e sulle teste: è un affare. (Fonte: G. A. Stella, Corsera 04-03-2012)

PROFESSIONI. MINI CAMBIAMENTI NEL DECRETO DEL GOVERNO
Nel testo originale del decreto "cresci Italia" i provvedimenti sui servizi professionali erano piuttosto deboli e non cambiano molto dopo il passaggio al Senato. Resta l'abolizione delle tariffe minime, ma gli ordini sembrano aver già trovato un grimaldello per aggirarla. Cancellato invece l'obbligo di fornire un preventivo al cliente. Il concorso notarile è previsto con cadenza annuale, ma senza indicazione del numero di posti da mettere a bando. Per rendere il sistema più concorrenziale, bisogna però cambiare gli ordini. E gli esami di abilitazione alla professione. Due interventi sarebbero auspicabili. In primo luogo, rinunciare una volta per tutte al principio di autoregolamentazione e prevedere che i consigli degli ordini siano composti non solo di professionisti ma anche di rappresentanti delle istituzioni (per esempio, l'Autorità per la concorrenza) dei consumatori (privati e imprese), dei tirocinanti e potenzialmente anche degli studenti universitari delle materie collegate. Probabilmente, ordini siffatti sarebbero meno timidi nell'esercitare l'attività sanzionatoria e meno solerti nell'attività di tutela degli interessi della categoria. In secondo luogo, limitare al minimo il ruolo dei professionisti nella gestione degli esami di abilitazione, per esempio estendendo anche agli esami orali e ad altre professioni il principio dell'accoppiamento casuale delle sedi d'esame introdotto nel 2004 per gli avvocati dell'allora ministro Castelli. (Fonte: M. Pellizzari, lavoce.info 06-03-2012)


RETRIBUZIONI

RETRIBUZIONI. REVISIONE DEL TRATTAMENTO ECONOMICO DEI RICERCATORI NON CONFERMATI A TEMPO INDETERMINATO NEL PRIMO ANNO DI ATTIVITÀ
Il disegno di legge n. 3124 di conversione del decreto legge n. 216/2012 recante “proroga di termini previsti da disposizioni legislative“ (c.d. Milleproroghe) è stato definitivamente varato. Riguarda l’università e in particolare le retribuzioni dei ricercatori l’articolo seguente.
Articolo 20.
1-ter. Il termine di impugnabilità' delle risorse iscritte nel capitolo 1694 dello stato di previsione del Ministero dell'istruzione, dell'università' e della ricerca nell'anno 2011 per le finalità di cui all'articolo 5, comma 3, lettera g), della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (revisione del trattamento economico dei ricercatori non confermati a tempo indeterminato, nel primo anno di attività, nel rispetto del limite di spesa di cui all'articolo 29, comma 22, primo periodo), è prorogato al 31 dicembre 2012.
1-quater. Alla compensazione degli effetti finanziari sui saldi di finanza pubblica conseguenti all'attuazione dei commi 1-bis e 1-ter del presente articolo, pari a 62,2 milioni di euro per l'anno 2012, si provvede mediante corrispondente utilizzo del Fondo di cui all'articolo 6, comma 2, del decreto-legge 7 ottobre 2008, n. 154, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 dicembre 2008, n. 189).

RETRIBUZIONI. RICERCATORI UNIVERSITARI A TEMPO INDETERMINATO NON CONFERMATI. RETRIBUZIONE D’INGRESSO
Il Governo è stato delegato dalla legge 240/10 a mettere mano alla retribuzione dei ricercatori universitari a tempo indeterminato non confermati (c.d. RUNC, circa 1700 ricercatori), per porre rimedio a una retribuzione d’ingresso in ruolo molto bassa, per di più “stabilizzata” nel tempo per effetto del blocco degli scatti. Ma il provvedimento del Governo, appena varato (08-03-12), rischia di moltiplicare i problemi, invece di risolverli. Con il varo del provvedimento citato le misure per la “valorizzazione” dei RUNC al primo anno di servizio sono oramai legge dello Stato, ma il testo tradisce molte delle aspettative alimentate in questi mesi, e sembra restringere (di molto) il novero dei “beneficiati” dall’adeguamento della retribuzione. Recita, infatti, l’art. 16 del decreto:
“1. Ai ricercatori universitari non confermati a tempo indeterminato che si trovano nel primo anno di attività alla data di entrata  in vigore della legge 30 dicembre 2010, n. 240, e’ riconosciuto, fin dal primo anno di effettivo servizio, il trattamento  economico  di  cui all’articolo 1, comma 2, del decreto-legge 31  gennaio  2005,  n.  7, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 marzo 2005, n. 43.
2. Il trattamento economico di cui al comma 1 e’ riconosciuto  per la sola parte del primo anno di  servizio  successiva  alla  data  di entrata in vigore della legge 30 dicembre 2010, n. 240.
3. All’onere derivante dall’applicazione del comma  1  si  provvede nel limite massimo di 11 milioni di euro a valere  sulle  risorse  di cui all’articolo 29, comma 22, primo periodo, della legge 30 dicembre 2010, n. 240.”
Dunque, l’adeguamento del trattamento economico sembra spettare ai soli RUNC che si trovavano già in servizio (ma ancora nel primo anno di attività) alla data di entrata in vigore della legge 240/2010 (cioè, il 29 gennaio 2011) [comma 1], e limitatamente ai mesi di servizio successivi a tale data [comma 2]. Niente invece, a leggere la disposizione, per i ricercatori a tempo indeterminato che hanno preso servizio dopo il 29 gennaio 2011 (e sono alcune centinaia). Ma niente nemmeno per chi avesse preso servizio tra il 1° e il 28 gennaio 2010: costoro non hanno potuto maturare lo scattone del 2° anno al 31/12/2010, ma all’entrata in vigore della 240 (29 gennaio 2011) non erano più nel primo anno di servizio.
Si tratta, in altri termini, di un adeguamento stipendiale che opererebbe a macchia di leopardo, in maniera del tutto casuale, e che non solo lascerebbe fuori alcuni soggetti che hanno maturato i medesimi requisiti PRIMA dell’entrata in vigore della disciplina che dispone l’adeguamento stipendiale (il che è spiacevole, sostanzialmente ingiusto, ma che – nel gioco della successione delle leggi nel tempo – ci può stare), ma lascerebbe fuori anche molti soggetti che hanno maturato i medesimi requisiti DOPO l’entrata in vigore di tale disciplina. Il che è francamente sconcertante, privo di logica, e del tutto arbitrario (e costituzionalmente illegittimo, quindi).
Ora la palla passa agli atenei; e non potrebbe passare in mani peggiori, di questi tempi. Molti atenei stanno da qualche tempo negando diritti e riconoscimenti economici oramai pacifici in sede giurisdizionale (come, ad. es., nel caso della ricostruzione di carriera per gli assegni di ricerca, ex art. 103 del D.P.R. 11.7.1980, n. 382), costringendo i diretti interessati a dispendiosi e defatiganti ricorsi. Il timore è che anche questa vicenda possa finire per favorire le pratiche dilatorie di quegli atenei che si sono dimostrati meno propensi ad assecondare la legge (se ciò è finanziariamente sconveniente).
Per altro, il testo del decreto non fornisce indicazioni precise nemmeno per quanto riguarda il blocco dello stipendio. Certo, la disposizione stabilisce che la retribuzione “valorizzata” spetta ai ricercatori interessati “fin dal primo anno di servizio”. Ma, anche qui, non è del tutto scongiurato il rischio che gli atenei si limitino a riconoscere l’adeguamento per i mesi “imposti” dal decreto, salvo però mantenere ferma la retribuzione al livello del 31/12/2010 per tutto il periodo restante (con un curioso effetto di up and down del trattamento economico).
L’applicazione del decreto secondo l’interpretazione fin qui paventata (la più aderente al testo) determinerebbe, dunque, nuove, evidenti disparità di trattamento, senza sanare (se non in minima parte, e solo per alcuni) gli effetti del blocco delle retribuzioni per i ricercatori a tempo indeterminato neoassunti.
Il ministero, in primo luogo, ha a questo punto ha il dovere di chiarire (meglio di quanto abbia fatto il decreto) destinatari, portata ed effetti dell’adeguamento della retribuzione dei ricercatori universitari al primo anno di attività, nel senso di un’applicazione non discriminatoria, ed effettivamente risolutiva dei gravi problemi determinati dal blocco triennale degli scatti. Gli elementi a supporto di una più “sensata” linea di interpretazione non mancano, sia nella legge delega, sia nello stesso d.lgs. n. 19/2012 (che ai sensi dell’art. 2 comma 2, dispone “la valorizzazione della figura dei ricercatori non confermati per il primo anno di attività attraverso la revisione del rispettivo trattamento economico”). Si tratta di darvi seguito. In questo senso, molto dipenderà anche dall’atteggiamento degli atenei: anche qui, l’auspicio è che ragioni di giustizia, di equità e di ragionevolezza, possano prevalere sull’interesse (di corto respiro) al risparmio, tanto più che le risorse per fare fronte a questi adeguamenti retributivi risultano già distribuite alle università nella ripartizione del FFO per il 2011 (cfr. l’art. 13 del DM 439/2011). (Fonte: B. Ponti, roars 13-03-2012)

RETRIBUZIONI. AMBIGUITÀ SU ADEGUAMENTI STIPENDIALI DI RICERCATORI E PROFESSORI
 “La risposta resa oggi dal Ministero dell'Economia a un’interpellanza da noi presentata riguardo ai ricercatori e professori universitari è elusiva. Reitera, con l'avallo del Governo, un atteggiamento tipicamente burocratico, di inerzia degli interna corporis della Ragioneria Generale. Dal giugno 2011 sono state presentate ben quattro interpellanze urgenti, che hanno sempre ricevuto risposte univoche dal Governo, riguardo alla non applicabilità ai ricercatori e professori confermati nel ruolo dopo i tre anni di prova del blocco stipendiale disposto dal decreto legge n. 78 del 2010. Il Governo, nel dicembre 2011, ha anche emanato un DPR in cui questo principio è ulteriormente sancito. Ma alcuni atenei non si adeguano in attesa che l'ufficio Igop della Ragioneria Generale si esprima. Il Governo, che pure per un verso ha oggi nuovamente confermato la validità degli argomenti da noi sempre sostenuti, alla nostra precisa richiesta di sapere se non intenda sollecitare un definitivo chiarimento della Ragioneria non risponde. In questo modo offende il Parlamento, copre ancora una volta il gioco del rimpallo tra atenei e Ragioneria, legittima un’iniquità nei confronti dei soggetti interessati, consente che alcuni Atenei approvino bilanci falsati dalla mancata contabilizzazione di oneri dovuti e di cui prima o poi dovranno farsi carico, magari a seguito di onerosi contenziosi legali”. Lo dichiarano i deputati democratici Manuela Ghizzoni e Salvatore Vassallo. (Fonte: AGENPARL 09-03-2012)


VARIE

UNA SANITÀ UNIVERSITARIA RINNOVATA. NE PARLA IL MINISTRO BALDUZZI
Ospite d'onore del convegno “Sanità universitaria oggi”, a Napoli, il ministro della Salute Renato Balduzzi ha affrontato il tema caldo della trasformazione delle Facoltà di Medicina secondo la riforma universitaria e il problema più pressante del suo rapporto con le Regioni e con i ministeri. Servono «progetti chiari e definitivi» ha detto il rettore Rossi, nel dare la parola al Ministro.
Il Ministro dedica tutta la prima parte del suo intervento a ripercorrere le misure che ci hanno portato alla condizione attuale. Si è cominciato anche prima del decreto legislativo 517 del '99, la legge Bindi, da molti additata come colpevole della situazione attuale. Una fase «sperimentale» la chiama Balduzzi, che avrebbe dovuto condurre a un regolamento nazionale virtuoso di integrazione di Policlinici nel Sistema Sanitario Nazionale e dello stesso con il mondo della formazione universitaria. «In parte tutto questo è successo, in parte no – dice Balduzzi –, a me piacerebbe che un periodo di quest’anno di governo Monti potesse essere impegnato a sistemare la Sanità Universitaria perché c'è stata un’incompiutezza. Si tratta di un modello normativo che mette a confronto due soggetti particolari: il complesso regionale, di cui le aziende sono una promanazione, e i complessi universitari. Sono due autonomie costituzionalmente garantite, e questo è l'unico campo in cui due autonomie garantite si siano trovate a dover definire i propri rapporti». Il Ministro, inoltre, rileva la necessità di guardare a quella legge del '99 per i suoi effetti concomitanti alla riforma del titolo V della Costituzione. Quella riforma, infatti, determinò un’evoluzione della potestà legislativa in favore delle Regioni. In ambito sanitario quella fu un’intelligente soluzione che permetteva alla Pubblica Amministrazione di essere più vicina alle problematiche locali della Sanità, ma dall'altro produsse la conflittualità di autonomie. Proprio per quella conflittualità non sono mai state realizzate le linee guida di attuazione della legge Bindi, da cui “l'incompiutezza” cui fa riferimento il Ministro. Ma il ministro “tecnico” prende apertamente le distanze da certi metodi politici e dopo aver analizzato il problema espone ciò che andrà fatto. Anzitutto non vuole sentire ragioni sulla riforma Gelmini, dalla quale, invece, non prende le distanze e per la quale esiste uno schema-tipo che è qualcosa di più di una serie di linee guida: «qualcosa di concreto», dice. E aggiunge «quella proposta si è “arenata”, ma all'inizio della prossima settimana io proporrò al collega Profumo (Ministro dell'Istruzione) un percorso che dovrebbe portare in tempi precisi a sciogliere quei nodi che la tengono bloccata». Un percorso per il quale il Ministro non è rimasto sul vago, bensì elencando otto punti concreti di contenuto su cui trovare una base condivisa. Definire con chiarezza il ruolo primario e privilegiato delle università con il sistema sanitario regionale, dare a queste aziende “miste” una governance adeguata, rispettare le indicazioni dell'atto aziendale su organizzazione e funzionamento, non sovrapporre dipartimenti universitari ai dipartimenti ad attività integrata, risolvere le resistenze nella collaborazione e nel coinvolgimento di tutti gli attori, dal personale ai sindacati, la definizione proprietaria di entità sia immobiliari sia mobiliari che devono essere conferite all'Azienda Ospedaliera Universitaria. «Il messaggio dice – conclude Balduzzi – facciamo un passo in più, andiamo avanti. Non pensiamo neanche un momento che abbiamo sbagliato tutto e che è tutto da rifare. Il problema non è il nome, il problema è la cosa. Una nuova Sanità universitaria? No. Una Sanità universitaria nuova, cioè rinnovata. Ci possono essere lamentele giustificate, ma il problema è non morire, oggi, dietro le lamentele. Il problema è che ciascuno, stando al proprio posto, faccia la propria parte». (Fonte: G. De Stefano, www.italiasudsanita.it  15-03-2012)


UN APPELLO: L’UNIVERSITÀ CHE VOGLIAMO
Vogliamo un’università che sia uno strumento per ridurre - con una distribuzione socialmente equa degli oneri universitari - l’immobilità sociale che caratterizza la società italiana e che permetta alle comunità scientifiche un’autonoma rielaborazione dei saperi e una sperimentazione di nuove aggregazioni disciplinari. Che si affronti senza pregiudizi il problema del rapporto tra elaborazione disciplinare (science driven) e mondo del lavoro (society driven). A differenza di quanto avveniva nel modello sovietico di derivazione francese con la separazione tra le accademie e l'università, in Italia il modello universitario è misto e le due funzioni devono convivere a pari dignità; sconcerta il disprezzo che alcuni intellettuali hanno per la funzione occupazionale, posto che gli studenti, che pagano, questo legittimamente esigono. Che si affronti, anche qui rifuggendo dagli slogan, il problema della qualità (che va premiata) e della differenziazione tra atenei, e più ancora tra comunità disciplinari e di ricerca a diverso livello. Vogliamo infine che si affronti in modo serio il problema della valutazione sia del "merito individuale" (reclutamento dei nuovi docenti e carriera dei vecchi), liberandolo dai clientelismi, sia del "merito collegiale", cioè della capacità, da parte dei Dipartimenti e dei Corsi di studio, di operare in funzione di obiettivi unitariamente definiti e perseguiti. Questi sono i temi strategici con cui si deve misurare chi vuole ragionare sull'università, perché gli errori del passato sono evidenti e non vanno riproposti come virtù. (Fonte: G. Anzellotti
L. Benadusl, S. Beffo, G. Capano, A. Cavalli, F. Esposito, G. Luzzatto, G. Martinotti, A. Messid, L.  Modica, R. Moscati, D. Rizzi, M. Rostan, M. Vaira, Il Manifesto 29-02-2012)

INDAGINI SULL’ASSENTEISMO DEI DOCENTI IN LIGURIA
Nel mirino della Procura della Corte dei Conti della Liguria sono in particolare i professori universitari che non svolgono i loro compiti o che lo fanno pur con incompatibilità professionale acclarata. La linea della procura è emersa dalla relazione del procuratore regionale della Corte dei Conti della Liguria. «È in corso - scrive il procuratore - un'importante indagine su numerose fattispecie di assenteismo e di incompatibilità di professori universitari». C'è il professore straniero che nel corso del suo ciclo di lezioni si è fatto vedere solo per un paio di volte, o il docente assunto dall'università con un contratto a tempo pieno e che invece svolge altre attività fuori dalla facoltà. A «bacchettare» i docenti dell'Università di Genova sono stati per primi gli studenti, stanchi di partecipare a lezioni tenute da assistenti e non dai titolari delle cattedre. Gli alunni hanno segnalato i casi più eclatanti all'ex Garante di ateneo, che a sua volta ha portato la documentazione ai magistrati della Corte dei Conti ligure, facendo così aprire un'istruttoria. Dagli accertamenti è emerso che sono i corsi scientifici ad avere il tasso più alto di professori assenteisti. L'istruttoria è ancora in corso, e i magistrati stanno ancora indagando su quale sia la reale portata del fenomeno. (Fonte: M. Bottino, http://www.swas.polito.it 25-02-2012)

200 ESAMI FALSI NEL CERVELLONE ELETTRONICO DI UN ATENEO
Un esame alla facoltà di Economia costava mille euro. Qualcosa in più serviva per una materia ad Architettura o a Ingegneria. A tutto pensavano tre impiegati dell'università, addetti alla segreteria studenti della facoltà di Economia: secondo la ricostruzione della Procura e della squadra mobile, avrebbero inserito quasi 200 esami falsi nel cervellone elettronico dell'ateneo. Agli arresti domiciliari sono finiti due funzionari e un ex studente che avrebbe avuto il compito di avvicinare gli universitari in difficoltà. Due pubblici ministeri contestano a tutti le accuse di accesso abusivo al sistema informatico, frode informatica e falsità ideologica. Al centro dell'indagine, coordinata dal procuratore aggiunto, c'è l'ex vicaria della segreteria di Economia, che l'università ha già licenziato dopo un'inchiesta interna. Nel registro degli indagati della Procura c’è anche una trentina di ex studenti, che avrebbero beneficiato delle materie comprate conseguendo speditamente una laurea. Irregolarità già emerse anche alla facoltà di Giurisprudenza. (Fonte: S. Palazzolo, palermo.repubblica.it  02-03-2012)

UN INCONTRO TRA LAUREANDI E AZIENDE CREANDO REALI POSTI DI LAVORO
In base al protocollo d'intesa sull'apprendistato per l'alta formazione, siglato lo scorso 16 gennaio all'Università di Bergamo, nel quale sono coinvolti anche Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, la rete «Imprese e territorio», la Provincia e il Consiglio dell'ordine dei consulenti del lavoro, le imprese possono assumere tramite contratto di apprendistato gli studenti universitari e personalizzare il contenuto degli ultimi esami, del tirocinio e della tesi per permettere ai ragazzi di laurearsi e allo stesso tempo fare un'esperienza mirata in azienda, seguiti da tutor personali. Alla fine del tirocinio, inoltre, l'impresa assumerà il giovane a tempo indeterminato. I corsi di laurea interessati sono tutti quelli magistrali dell'Università di Bergamo. «L'università di Bergamo è stata l'unica tra gli atenei lombardi a costruire un accordo con tutte le parti sociali coinvolte - spiega Piera Molinelli, prorettore delegato all'Orientamento di ateneo - per rendere fattibile la progettualità del protocollo. È una grande opportunità per gli studenti. Per le imprese può essere vista come una risposta concreta per l'inserimento di nuove forze in azienda». (Fonte: Corsera 01-03-2012)

INCARICHI D’INSEGNAMENTO (ART. 6 L. 240/10) AI LETTORI E COLLABORATORI ED ESPERTI LINGUISTICI. MOZIONE DEL CUN
Il Consiglio Universitario Nazionale, nell’adunanza del 22.02.2012 sulla possibilità di affidare incarichi di insegnamento ai lettori di madre lingua straniera e ai collaboratori ed esperti linguistici, ha approvato la seguente mozione. “Considerato che:
- l'art. 23, comma 2, della legge 240/2010 dispone che gli affidatari a titolo oneroso o gratuito di incarichi di insegnamento siano professori e ricercatori universitari, prevedendo altresì che le università possano far fronte a specifiche esigenze didattiche, anche integrative, mediante contratti
a titolo oneroso con soggetti in possesso di adeguati requisiti scientifici e professionali, selezionati mediante l'espletamento di procedure disciplinate nei regolamenti di ateneo che assicurino la valutazione comparativa e la pubblicità degli atti;
- l'art. 6 della citata legge 240/2010 prevede che l'affidamento diretto dei suddetti incarichi, oltre che ai ricercatori a tempo indeterminato, possa essere conferito anche agli assistenti del ruolo a esaurimento e ai tecnici laureati di cui all'articolo 50 del D.P.R. 11 luglio 1980, n. 382, che abbiano svolto tre anni di insegnamento ai sensi dell'articolo 12 della L. 19 novembre 1990, n. 341 e successive modificazioni nonché ai professori incaricati stabilizzati;
- fino all’entrata in vigore della Legge 240/2010 erano attribuiti incarichi di insegnamento, a titolo gratuito o oneroso, ai lettori di madre lingua straniera di cui all’art. 28 del D.P.R. 382/1980 e ai collaboratori ed esperti linguistici di cui alla legge 236/95, formalizzati mediante un provvedimento di affidamento diretto, all'esito solitamente di procedure selettive (si vedano, a questo proposito, le note del MIUR del 26 giugno 2006 e del 2 agosto 2006 e il D.M. 8 luglio 2008);
- i lettori e collaboratori ed esperti linguistici potevano svolgere incarichi di insegnamento nella modalità dell'affidamento diretto, anche in conformità con il noto orientamento della giurisprudenza comunitaria, che si era espressa in tal senso, in analogia con quanto avveniva per i tecnici laureati ex art. 50 del D.P.R. 382/1980;
- l’attuale situazione normativa, in assenza di indicazioni esplicite relativamente alla possibilità di assegnare insegnamenti alle predette figure, rischia di creare incertezze e di compromettere lo svolgimento di insegnamenti;
Ciò premesso, il CUN, nell’auspicare un positivo intervento chiarificatore del MIUR, segnala che non si ravvisano motivi per escludere le predette figure dal disposto dell’art. 6 comma 4 della Legge 240/2010”. (Fonte: cun.it 22-02-2012)  

ACCORDO CRUI - REGIONI PER VALORIZZARE IL CAPITALE UMANO E RILANCIARE LO SVILUPPO
La Conferenza dei Rettori delle Università Italiane e la Conferenza delle Regioni e delle Provincie Autonome hanno sottoscritto un accordo di collaborazione della durata di tre anni per promuovere azioni coordinate di intervento su temi di comune interesse: diritto allo studio; Horizon 2020; sviluppo del capitale umano; sviluppo del territorio; istruzione tecnica superiore (ITS); relazione tra sistema sanitario e sistema universitario. L'accordo dimostra il comune interesse di Università e Regioni a valorizzare il capitale umano - con particolare attenzione ai giovani - e rilanciare lo sviluppo, confermando il ruolo di motore dello sviluppo svolto dagli atenei nell'ambito del territorio.
(Fonte: I. Ceccarini, rivistauniversitas marzo 2012)

LA VALUTAZIONE DEI DOCENTI DA PARTE DEGLI STUDENTI
Il sistema di valutazione dei docenti da parte degli studenti è stato sperimentato in Italia solo dal 1998, mentre la sua origine risale agli anni Venti quando fu concepito dall’Harvard University e poi praticato in diversi campus universitari degli Stati Uniti nel corso degli anni Sessanta e Settanta. Per il nostro Paese l’adozione data ufficialmente ottobre 1999 quando entrò in vigore la legge 370 che ha sancito l’obbligo accademico di una valutazione interna periodica delle attività didattiche e di ricerca e degli interventi di sostegno al diritto allo studio, verificando mediante analisi comparative dei costi e dei rendimenti, il corretto utilizzo delle risorse pubbliche, la produttività delle sperimentazioni. Nello specifico, la normativa prevede che in seno ad ogni università si formi un organo collegiale funzionale, il c.d. “nucleo di valutazione d’ateneo” che deve acquisire, mantenendone l’anonimato, le opinioni degli studenti frequentanti sulle attività didattiche e della professionalità dei docenti; ricavarne i dati e redigere un’apposita relazione da trasmettere entro il 30 aprile di ciascun anno, al Ministero dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica, e al Comitato per la valutazione del sistema universitario.
Il desiderio degli studenti di assegnare voti ed esprimere giudizi sul sistema scolastico e universitario è emerso chiaramente in questi ultimi anni e nel 2007 ha dato origine a un sito web http://www.votailprof.it/, corrispettivo del sito web americano www.ratemyprofessor.com. Nel sito votailprof.it i giudizi non sono solo indirizzati alla qualità didattica (in particolare al funzionamento delle strutture), ma si riferiscono anche alla personalità dei professori e al loro comportamento con gli studenti, alla puntualità, alla cortesia e alla disponibilità. Molti colleghi non amano essere giudicati dai propri studenti perché ritengono che essi non abbiano un adeguato spirito critico. Ma si tratta di un falso problema, poiché il questionario non deve rilevare la preparazione del docente, ma solo contribuire alla valutazione delle modalità d’insegnamento e del rapporto didattico tra studenti e docenti. Le iniziative autonome che gli studenti hanno messo già in atto, cui si è fatto cenno in precedenza, dimostrano inoltre come sia sentito il bisogno di rendere pubblici i risultati dei nuclei di valutazione, solo così si otterrebbe una maggiore responsabilizzazione dei nostri docenti. (Fonte: controcampus.it 07-03-2012)

FAMELAB ITALIA, TALENT SHOW PER GIOVANI SCIENZIATI ABILI NELLA COMUNICAZIONE DELLA SCIENZA
Anche in Italia arriva FameLab, il talent show per giovani comunicatori della scienza, nato nel 2005 nel Regno Unito in occasione del Cheltenham Science Festival. L’edizione italiana di FameLab è stata presentata oggi presso la sede romana del British Council, l’ente culturale britannico che promuove l’evento in diversi paesi del mondo. «Cerchiamo giovani talenti. Vogliamo stimolare i giovani scienziati che stanno iniziando il loro percorso di ricerca a dialogare con il pubblico», ha spiegato L. Alfonsi, direttore del Perugia Science Fest e, insieme a Frank Burnet, co-fondatore del Cheltenham Science Festival, mente e cuore organizzativo di FameLab Italia. La sfida è semplice ma ardua: comunicare con il pubblico in tre minuti al massimo un argomento scientifico che appassiona. A FameLab si usano solo le parole, niente slide, niente filmati. Ci si può aiutare solo con oggetti che entrano in una tasca. I concorrenti saranno valutati da una giuria di esperti provenienti dal mondo scientifico e da quello della comunicazione, in alcuni casi saranno coinvolti anche attori. Partecipare a FameLab è semplice, basta presentarsi in una delle quattro città - Perugia, Napoli, Trento e Bologna – che dal 25 al 31 marzo ospiteranno le selezioni locali dello show. A FameLab possono partecipare studenti universitari, ricercatori, insegnanti, ricercatori in aziende o centri di ricerca dai 20 anni in su; non possono partecipare comunicatori professionisti, artisti, performer, membri di staff di musei o science center, giornalisti. Sul sito di FameLab Italia si trovano tutte le informazioni necessarie. (Fonte: G. Spataro, lescienze.it 06-03-2012)

INVENZIONI BREVETTATE DA RICERCATORI UNIVERSITARI
Quando un’invenzione è realizzata dal dipendente di un ente pubblico, in particolare da ricercatori universitari, l’art. 65 del Codice dei Diritti di Proprietà Industriale dispone che il ricercatore universitario, o più in generale ogni lavoratore del settore pubblico, è titolare esclusivo dei diritti derivanti dall’invenzione brevettata di cui è autore. In caso di più autori, dipendenti delle università o in generale delle pubbliche amministrazioni, i diritti derivanti dall’esclusiva brevettuale appartengono a tutti in modo equo, salvo diversa pattuizione.
L’inventore, una volta presentata la domanda di brevetto, è tenuto a darne comunicazione all’amministrazione, la quale stabilisce l’entità della percentuale a lei spettante in conseguenza dello sfruttamento economico del brevetto. Qualsiasi tipo di sfruttamento e/o commercializzazione e/o utilizzazione economica dell’invenzione brevettata, fa sorgere, infatti, il diritto per l’amministrazione di percepire una quota compresa tra il 30% e il 50% dei proventi derivanti da tale uso, commercializzazione o sfruttamento.
Il Codice sancisce, infine, che tali disposizioni non si applicano nei casi di ricerche finanziate, in tutto o in parte, da soggetti privati oppure realizzate nell’ambito di specifici progetti di ricerca finanziati da soggetti pubblici diversi dall’università o ente pubblico di appartenenza del ricercatore/dipendente. (Fonte: N. Marzulli, Ufficio Brevetti e Marchi 09-03-2012)

FERMI: IL NUOVO SUPERCOMPUTER DEL CINECA AL TOP IN EUROPA
Si chiamerà FERMI il nuovo supercomputer del Cineca, e nella prossima primavera porterà l'Italia ai primissimi posti in Europa e nel mondo per la ricerca in ambito computazionale. Basato su architettura IBM Blue Gene/Q, con una potenza di 2 Petaflop/s (due milioni di miliardi di operazioni il secondo), 163.840 core processors e 2 Petabyte di memoria, FERMI consentirà alla comunità della ricerca scientifica italiana ed europea di competere a livello mondiale con Stati Uniti, Giappone e Cina. I ricercatori avranno a disposizione un supercomputer che permetterà di condurre ricerche "di frontiera", per risolvere problemi fondamentali nella scienza e nell'ingegneria. FERMI sarà uno dei sistemi di punta (Tier 0) della partnership europea PRACE, cui il Cineca partecipa come principal partner in rappresentanza dell'Italia, su mandato del Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca. (Fonte: Cineca 08-03-2012)

CARTA DI ROMA. UN DOCUMENTO DI PRECARI DELLA RICERCA, DOCENTI E STUDENTI
Precari della ricerca, docenti e studenti stanno lavorando a una Carta di Roma, un documento aperto ai contributi di tutti che sarà realmente redatto il prossimo 31 marzo in occasione degli Stati Generali dell’Università. La Carta è rivolta al ministro dell’istruzione Francesco Profumo e vuole proporre un nuovo modello di università che torni a essere parte viva della società civile e luogo di emancipazione e rinascita culturale. Secondo i promotori della Carta di Roma, il susseguirsi di riforme dell’istruzione sbagliate ha sempre più eclissato i ricercatori sotto il peso di contratti di lavoro senza valore e deteriorato l’istruzione universitaria stessa, svilita dall’aumento eccessivo del numero degli esami e dalla restrizione del tempo da dedicare allo studio; è come se ogni esame fosse un piccolo step ultra specialistico, “impedendo così la formazione di un sapere progettuale, politico, capace di immaginare una società diversa da quella presente e da chi la rappresenta”. (Fonte: università.it 08-03-2012)

STUDENTI. SOSTEGNO FINANZIARIO AGLI STUDI UNIVERSITARI
L'Ocse, in un recente approfondimento dedicato al tema del finanziamento degli studi universitari dell'Education Indicators in Focus di febbraio, sostiene che nei Paesi Ocse dove esiste un sistema di sostegno finanziario agli studi universitari dei giovani, il tasso di accesso all'università è più alto.  I sistemi misti che propongono un rimborso pubblico per le spese sostenute per gli studi insieme all'accesso al credito finalizzato allo studio sembrano quelli più efficaci. Per accedere all'università gli studenti oltre all'onere dello studio, si sa, devono accollarsi anche quello delle spese che servono a coprire i costi dell'acquisto di libri e sussidi, della partecipazione alle lezioni, dell'affitto delle stanze e altre spese cui vanno incontro i giovani che vogliano frequentare l'università, soprattutto se fuori sede. Ci sono paesi dove il sistema fiscale è tradizionalmente sovradimensionato, come in Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia, in cui gli studenti non pagano quasi nulla per l'accesso all'università a fronte però di un livello di prelievo fiscale più alto per i cittadini. In altri contesti gli studenti hanno accesso a tutta una serie di supporti finanziari per affrontare le spese degli studi universitari, come negli Stati Uniti, Australia, Canada, Nuova Zelanda, Olanda. Qui si va dai rimborsi per le spese sostenute per studiare ai prestiti cui si può accedere grazie alla presenza di fornitori di credito ai privati. I paesi dove sono più diffusi i sistemi finanziari di sostegno allo studio presentano le medie di accesso all'università più alte di quelle dei paesi dove sono più alte le rette da pagare. In Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia, quattro dei Paesi con le medie di accesso all'università più alte, più del 55% degli studenti può contare su fondi pubblici o sostegni da parte dello Stato.
I ricercatori hanno concluso che dove vigono prestiti o rimborsi sono favoriti l'accesso e l'equità educativa, oltre che il ritorno sociale in termini di crescita dei livelli del capitale umano. Paesi come Nuova Zelanda e Australia hanno adottato il sistema misto di prestiti e rimborsi, attenuando il carico delle rette universitarie e incoraggiando l'iscrizione degli studenti più svantaggiati. In altre realtà, come in Austria, Belgio, Francia o anche in Italia gli studenti pagano poco per l'accesso accademico ma hanno anche poca possibilità di contare su sostegni finanziari, rimborsi o credito, che interessa soprattutto le spese extra all'iscrizione. Il nostro Paese figura fra quelli con i livelli di accesso agli studi universitari più bassi della media Ocse e anche del G20. (Fonte: G. Bardi, ItaliaOggi 13-03-2012)

SCUOLA DI DOTTORATO GRAN SASSO SCIENCE INSTITUTE
Nel ddl di conversione del decreto legge “Semplifica Italia” si conferma la Scuola sperimentale di dottorato internazionale denominata “Gran Sasso Science Institute” per rilanciare lo sviluppo dei territori terremotati dell'Abruzzo. La durata della sperimentazione passa da 4 a 3 anni e i fondi stanziati da 13 a 12 milioni di euro. (Fonte: www.diritto24.ilsole24ore.com 15-03-2012)

EUROPA. ESTERO

UNA RADIO PER L'EUROPA
Alimentare il sentimento d'appartenenza europea negli studenti universitari. Questo è l'obiettivo della collaborazione fra Ustation, il primo network nazionale dei media universitari, RadUni, l'associazione degli operatori radiofonici universitari, e la rappresentanza della Commissione europea in Italia. Sulle frequenze di Ustation, network in cui è presente gran parte degli operatori delle radio d'ateneo italiane, sarà, infatti, possibile ascoltare due prodotti radiofonici: un programma di reportage sui fatti più importanti della settimana in Europa (22 minuti, Una settimana d'Europa) e un programma culturale dedicato ai libri e agli autori che hanno parlato di Europa o di temi rilevanti per la cittadinanza dell'Unione (Un libro per l'Europa). I due format fanno parte di un progetto di collaborazione intitolato "Una Radio per l'Europa", ampiamente illustrato nel sito Ustation. Le trasmissioni sono illustrate musicalmente con dischi di giovani musicisti italiani ed europei e saranno messe in onda anche nelle web-radio di molte università italiane.
Per saperne di più si veda ec.europa.eu (Fonte: D. Gentilozzi, rivistauniversitas 27-02-2012)

FRANCIA E GERMANIA. FACILITAZIONI PER IL RICONOSCIMENTO DELLE QUALIFICHE PROFESSIONALI CONSEGUITE ALL’ESTERO
Francia e Germania hanno recentemente posto l'accento sulla valorizzazione delle qualifiche professionali delle persone provenienti da altri paesi che si trasferiscono sul loro territorio alla ricerca di un lavoro più o meno stabile.
In Francia Il 12 gennaio 2012 è stata emanata una circulaire complémentaire a una precedente del 31 maggio 2011, applicabile alla situazione specifica dei laureati stranieri altamente qualificati, desiderosi di effettuare una prima esperienza lavorativa in Francia. Il provvedimento, emanato congiuntamente dal ministro dell'Interno e immigrazione, dal ministro del Lavoro e dal ministro dell'Educazione nazionale, invita i Prefetti a concedere agli studenti extra-comunitari un permesso di soggiorno di 6 mesi, dal giorno di conseguimento della laurea in Francia. Esso dovrebbe consentire loro di trovarsi un impiego adeguato e riconosciuto corrispondente al titolo di studio conseguito. Un permesso di 4 mesi sarà concesso anche agli studenti, al momento già impiegati in lavori meno qualificati, che desiderino ottenere un impiego più consono alla formazione ricevuta.
In Germania è stata approvata la nuova Legge federale (Berufsqualifikationsfestellungsgesetz - BQFG) per il riconoscimento delle qualifiche professionali estere. Essa introdurrà, a decorrere dal 1° aprile 2012, procedure più snelle e trasparenti per la valutazione dei titoli, conseguiti all'estero da cittadini Ue e di paesi terzi, da utilizzare per l'esercizio di 350 professioni regolamentate (tra le quali Medicina, professioni sanitarie, Matematica, Informatica, Scienze Naturali e Tecnologia). Saranno applicate metodologie standardizzate e uniformi per tutti i Länder: invece della cittadinanza, sarranno tenuti maggiormente in considerazione i contenuti e la qualità delle qualificazioni professionali conseguite all'estero. Si veda anche politichecomunitarie.it    (Fonte: M.L.Marino, rivistauniversitas marzo 2012)

FRANCIA. APPLICAZIONE DELLA LEGGE DEL 2007 (LRU) SULL’AUTONOMIA UNIVERSITARIA CON AUMENTO DEI POTERI AI RETTORI
Dopo i 18 Atenei del 2009, i 33 del 2010 e i 22 del 2011, dal 1° febbraio altre 8 Università francesi sono divenute autonome. Si tratta dell'ultimo gruppo di Università passate sotto il regime normativo della “Loi relative aux responsabilités et aux liberté des Universités” (LRU), approvata nel 2007. L'autonomia attribuisce alle istituzioni d'istruzione superiore la gestione finanziaria e delle risorse umane, compreso il reclutamento dei docenti e del personale amministrativo.  Soltanto tre Atenei (Clermont I - Toulose I Capitole e Université de Poitiers) hanno potuto però usufruire finora anche della prevista devoluzione patrimoniale, consistente nel trasferimento di beni da parte dello Stato. Sempre dal 1° febbraio un provvedimento ministeriale (Décret n° 2012-16 du 5 janvier 2012 relatif à l'organisation académique) ha modificato profondamente le competenze in materia di azione educativa, attribuendo direttamente ai Rettori l'adozione delle misure idonee per la gestione del personale, il funzionamento delle istituzioni e la messa in atto della politica educativa stessa. È stato rafforzato il loro potere, riconoscendo la possibilità di definire l'organizzazione funzionale e territoriale per adattarla alle caratteristiche locali, pur nel quadro ministeriale di riferimento. I "directeurs des services départmentaux" (IA-DSDEN) attueranno la strategia accademica a livello dipartimentale e, in qualità di "directeurs académiques" saranno delegati a firmare a nome del Rettore l'insieme degli atti relativi agli affari di loro competenza. E’stato inoltre istituito un "Comité de direction de l'Académie" ed è stato fissato anche il quadro nazionale di un "service publique de proximité", capace di adattarsi alle evoluzioni richieste per favorire la riuscita degli allievi. I nuovi Rettori saranno tutti nominati dal Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'Educazione e previa decisione del Presidente della Repubblica. Le nuove misure adottate permetteranno, ad avviso del Governo, una più chiara linea gerarchica, rendendo il sistema più fluido ed efficace. (Fonte: M.L. Marino, rivistauniversitas 27-02-2012)

SECONDO L’UE IL 3+2 (PROCESSO DI BOLOGNA) VA RAFFORZATO
Se in Italia ha acquistato peso il partito dei contrari alla nuova laurea formata da 3 anni di studi generali più altri due di studi specialistici introdotta nel 1980, l'Europa non ha dubbi: non si torna indietro, la riforma delle lauree è irreversibile. Il Parlamento europeo ha approvato il 13-03-2012 la risoluzione che rilancia, con nuovi indirizzi, il cosiddetto Processo di Bologna. Ovvero la riforma universitaria europea (in Italia detta 3+2) alla quale aderiscono 47 Paesi. “Con il voto di oggi il Parlamento europeo ha stabilito – ha dichiararto l’europarlamentare Luigi Berlinguer – l’irreversibilità del processo e attivato percorsi concreti per valorizzarlo. L’obiettivo fondamentale è quello di assicurare ad ogni studente che si iscrive in un ateneo dei Paesi aderenti la validità in tutta Europa dei titoli di laurea conseguiti. Dal voto di oggi dell’europarlamento – ha concluso l’ex ministro dell’università – l’Unione europea comincia a superare un enorme paradosso, quello di avere una moneta unica ma non una laurea valida ovunque”. Il testo è molto chiaro e aveva già ottenuto il via libera della Commissione Cultura con il consenso di tutte le forze politiche. Ad approvazione avvenuta il partito degli scettici dovrà rassegnarsi: bisogna andare avanti con la formula del 3+2 e rafforzarla, adeguando i processi formativi come è scritto nella risoluzione. «Certo, anche l'Ue si rende conto che non tutto ha funzionato da quando si è deciso di adottare questo nuovo sistema - ammette Berlinguer -, è evidente che dei correttivi vanno previsti, ma nessuna inversione di tendenza, anzi, l'Ue chiede ai governi dei Paesi membri un maggiore impegno nel sostegno del 3+2 e invita la commissione esecutiva dell'Ue a prevedere incentivi alle Università che si attiveranno». L'Unione, infatti, metterà a disposizione nuovi fondi per i sistemi di istruzione di ogni Paese ma in cambio ogni Paese dovrà mettere in atto politiche per armonizzare il riconoscimento dei titoli di studio a livello europeo e quindi unificare ancora di più i percorsi universitari rafforzando il 3+2 e lavorando per un 3+2+n aggiungendo anche i master di specializzazione necessari per trovare lavoro in settori come la tecnologia, la ricerca scientifica. (Fonte: F. Amabile, La Stampa 04-03-2012; laltrapagina.it 13-03-2012)

VALORE LEGALE DEI TITOLI DI STUDIO ESTERI IN EUROPA
L'Unione Europea ha sancito la "Parificazione delle Carriere Scolastiche" attraverso leggi comunitarie finalizzate a rendere equiparabile e riconosciuto ogni corso di studi professionale svolto all'interno di tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, e a favorire la mobilità di studenti e professionisti. La Convenzione di Lisbona del 1997 è divenuta integralmente operante in Italia dal 1° dicembre 2009 con la legge n. 148/02. E' stata quindi realizzata una parificazione, anche dei nomi e dei gradi, delle differenti qualifiche degli Stati membri, al fine di adottare un sistema comune di riferimento in tutta la Comunità Europea. Lo Stato italiano può riconoscere, attraverso le abituali procedure di equipollenza, i Diplomi di Laurea, rilasciati dalle Università dell'Unione Europea. I Diplomi di Laurea rilasciati nell'Unione Europea possono ottenere pieno valore legale anche in Italia, al pari del Diploma di Conservatorio o di una Laurea Triennale delle Università italiane. In questo sito maggiori info sul Quadro Europeo delle Qualifiche. (Fonte)

 “LA NOTTE DEI RICERCATORI": LA SCIENZA APRE LE SUE PORTE AL GRANDE PUBBLICO
La Notte dei Ricercatori è una delle più celebri iniziative sponsorizzate dalla Commissione europea e rivolta agli appassionati di discipline scientifiche. Il suo obiettivo è di avvicinare tutti, soprattutto le nuove generazioni, alla disciplina in modo stimolante, ma soprattutto divertente. L’iniziativa si ripropone ogni anno con tematiche sempre diverse in più di 300 città europee. Ogni edizione vede come protagonisti non solo centinaia di ricercatori e istituti di ricerca, ma conta anche circa 600 mila visitatori. In questa occasione, ogni ricercatore ha la possibilità di esporre il proprio lavoro al pubblico, illustrando in che modo la scienza e la ricerca incidano in maniera più o meno diretta nella vita quotidiana di ognuno, proprio perché essa risulta spesso molto lontana, forse troppo, dalla quotidianità. La Notte dei Ricercatori è finanziata attraverso le “Azioni Marie Curie” dell’Unione europea, nate proprio con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo e la formazione di validi ricercatori, assicurandogli la possibilità di realizzare una brillante carriera nell’ambito della ricerca e dello sviluppo. I ricercatori, infatti, svolgono un ruolo fondamentale nel definire l’Europa di domani. Proprio per questo motivo risulta indispensabile non solo sostenere il loro lavoro, ma anche stimolare le nuove generazioni, per formare gli scienziati di domani. L’importanza di questa iniziativa è certamente testimoniata dalle cospicue somme di denaro stanziate già dal 2005. All’epoca 16 milioni di euro furono messi disposizione dall’Unione europea proprio per consentire la realizzazione del progetto. Finanziamenti destinati ad aumentare di anno in anno. Per il 2012, infatti, l’Unione europea ha già disposto 7 miliardi di euro, proprio a sostegno del progetto della Notte dei Ricercatori. (Fonte: F. Romano, torvergata.eurosblog.eu 09-03-2012)

OPENAIRE. ACCESSO APERTO AI RISULTATI DELLA RICERCA EUROPEA
All’inizio del 2010 nasce OpenAIRE, un’iniziativa della durata di 36 mesi, che vede la partecipazione di 27 paesi europei per un totale di 38 membri (in alcuni casi sono presenti più istituzioni per paese) allo scopo di sostenere il Progetto Pilota sull’Open Access formalizzato dall’Unione Europea nel 2008. I ricercatori che hanno a disposizione un repository istituzionale depositeranno in tale archivio i lavori di ricerca nei tempi previsti (6 o 12 mesi dopo la pubblicazione). OpenAIRE è dotato di un harvester che raccoglierà i dati dai repository che ne avranno fatto richiesta. I ricercatori che non hanno a disposizione un archivio istituzionale depositeranno i lavori di ricerca direttamente in OpenAIRE. Il mondo dell’accesso aperto non è completamente conosciuto e risente, a volte, di pregiudizi o di adesioni acritiche: ad esempio spesso si teme che la ripubblicazione dei propri lavori di ricerca nei repository istituzionali possa essere qualcosa d’illegale e che violi le regole del copyright. Gli editori sono però ormai consci della necessità per i ricercatori di adempiere alle richieste di istituzioni ed enti finanziatori della ricerca, ed esiste un sito su cui ogni editore dichiara la politica editoriale rispetto all’accesso aperto e la compatibilità con le richieste degli enti finanziatori (si veda ad esempio la politica dell’editore Elsevier). Ormai tutti i grandi editori internazionali prevedono la possibilità di ripubblicazione nei repository.
Molte istituzioni italiane si sono dotate di un repository istituzionale. Assicurare la compatibilità fra il proprio repository e il progetto OpenAIRE significa non solo rispettare i vincoli presenti nei contratti che prevedono il finanziamento dei progetti, ma essere maggiormente visibili a livello europeo. Attualmente solo due archivi istituzionali sono registrati in OpenAIRE e depositano i lavori frutto dei finanziamenti FP7: AIR (unimi) e AMS acta (unibo). La raccolta in un unico punto dei risultati di progetti di ricerca svolti in paesi diversi offrirà una panoramica della ricerca svolta nella European Research Area, e potrà essere utilizzata per la valutazione (analisi citazionale, ma anche testuale, analisi delle reti ecc.) anche in termini comparativi dei progetti finanziati. (Fonte: http://www.openaire.eu/  06-02-2012)

LA COMMISSIONE EUROPEA SELEZIONA UN PROGETTO EUROPLACEMENT DI TRE UNIVERSITÀ ITALIANE (UNIPR, UNIBO, UNICT)
Il progetto Europlacement è coordinato dall'Università degli Studi di Parma con la collaborazione dell'Alma Mater Studiorum Università di Bologna e dell'Università degli Studi di Catania. Finanziato nell'ambito del programma europeo Leonardo da Vinci - è stato selezionato dalla Commissione Europea tra i migliori progetti di trasferimento dell'innovazione del 2008 relativi allo sviluppo di competenze per le esigenze del mercato del lavoro. L'idea di Europlacement è di analizzare la transizione dallo studio al lavoro dei laureati e proporre degli strumenti pratici ai servizi di placement e di orientamento post laurea degli atenei. Europlacement ha concentrato la sua attività in 8 paesi europei, coinvolgendo 13 partner e analizzando il mercato del lavoro utilizzando alcuni indicatori, quali i tassi di occupazione e di disoccupazione e i tempi di transizione tra l'università e il lavoro. (Fonte: I. Ceccarini, rivistauniversitas 28-02-2012)

BORSE DI STUDIO EUROPEAN RESEARCH COUNCIL (ERC)
Il Consiglio Europeo di Ricerca (Cer, Cer), che festeggia i cinque anni dalla sua istituzione, punta a finanziare e promuovere la ricerca d'eccellenza in Europa, anche per arginare la fuga dei cervelli verso Paesi extraeuropei e magari attirarne alcuni da fuori. Dal 2007 a oggi il Cer, che ha un bilancio di 7,5 miliardi di euro, per il periodo 2007-2013 ha finanziato con borse fino a un massimo di 3,5 milioni di euro per cinque anni 2.557 ricercatori d'eccellenza di 53 diverse nazionalità in 480 istituzioni in tutta l'Europa. In totale, il Consiglio ha già erogato 3,9 miliardi di euro per progetti in tutta 1'Ue più Russia, Turchia, Croazia, Norvegia, Svizzera e Israele. Anche l'Italia, naturalmente, fa la sua parte, e le eccellenze non mancano. Tuttavia i dati che emergono non sono propriamente esaltanti, almeno in rapporto ai grandi Paesi dell'Europa occidentale. Anzitutto, il Bel Paese ha un record di sproporzione tra gli stranieri che vogliono venire a studiare in Italia e gli italiani che vogliono che i "grant", le borse fornite dal Cer (sono di due tipi: uno per i giovani ricercatori, e un secondo "avanzato" per chi è già avanti nella carriera e si è già fatto un nome), si svolgano presso università straniere: appena 16 i forestieri che hanno chiesto di venire da noi, mentre su 257 italiani vincitori di una borsa Cer ben 106 hanno preferito l'estero. Il Regno Unito - primo in assoluto - ha attirato con queste borse Ue oltre 240 ricercatori stranieri, mentre solo una cinquantina di britannici ha scelto l'estero. Quadro simile in Svizzera, che ha attirato 140 ricercatori mentre solo una decina di elvetici è andato all'estero. Non basta. Tra le 18 università che hanno attirato più ricercatori stranieri con questi fondi comunitari non ce n'è nessuna italiana, ma 6 britanniche, 3 svizzere, 3 israeliane, 2 olandesi, e 1 per Belgio, Germania, Svezia e Finlandia. Né figura alcun organismo di ricerca (tipo il nostro M), ma 4 enti francesi, 1 tedesco e 1 spagnolo. Rimane, poi, un ultimo dato negativo, e cioè la percentuale di successi rispetto alle richieste: mentre la media europea vede un risultato positivo del 9,8%, per l'Italia si scende al 6%. Eppure, sottolineano al Cer, non è che non ci siano italiani di grandi qualità, del resto, finalmente un dato positivo: circa il 10% delle borse Cer sono state assegnate a connazionali. (Fonte: G. M. Del Re, Avvenire 29-02-2012)

ARABIA SAUDITA. SCONTRI ALL' UNIVERSITÀ DI ABHA. ALLIEVE CONTRO POLIZIA RELIGIOSA
All'università femminile Re Khaled di Abha, una città che in Occidente quasi nessuno conosce, nel profondo sud-ovest dell’Arabia Saudita, arroccata a 2.200 metri d’altezza sui monti verso lo Yemen, mercoledì si è spinta a sorpresa l'onda della Primavera araba. Una protesta che ha visto 8 mila studentesse affrontare fisicamente la polizia religiosa, le forze dell'ordine. Il ministero della Sanità ha poi ammesso: «Ci sono state 53 ferite, 22 di loro curate in ospedale». Abha è diventata già un simbolo. Non solo perché il Regno ha evitato finora il contagio delle rivolte: solo gli sciiti nell'Est hanno osato tentare una nuova intifada, con scarso successo. Ma perché a sfidare le autorità sono state le donne, nel Paese più maschilista della regione e forse del mondo. «Tutto è partito dalle condizioni misere delle facoltà femminili di lettere e magistero: assoluta mancanza di attrezzatura e di igiene - spiega sul suo blog Wael, fratello di un’allieva contestatrice -. E poi i continui maltrattamenti da parte delle addette alla sicurezza, la pessima gestione del rettore. È arrivata la polizia religiosa, poi le forze dell’ordine». Il governatore della regione principe Faisal bin Khaled, che ha cercato di sminuire la rivolta, ha promesso «un’inchiesta». L’università ha giustificato l’intervento della polizia come «necessario per riportare nel campus la buona condotta». Ma le ragazze non tornano indietro. Spiegano che «non è solo per il degrado della facoltà, ma per la mancanza di libertà» che si sollevano. «Vogliamo usare Internet e i cellulari quando vogliamo, meno limiti per l' abbigliamento». (Fonte: C. Zecchinelli, Corsera 10-03-2012)

TUNISIA. PER IL NO AL VELO PROFESSORI AGGREDITI                                         
Ennesima aggressione nei confronti di docenti universitari tunisini che si oppongono alla presenza in aula di ragazze che indossano il velo integrale. Questa volta, a finire nel mirino di decine di studenti salafiti (estremisti islamici), sono            stati due docenti della facoltà di Lettere, Arti e Scienze umane di La Manouba, dopo che uno di loro si era opposto - rifacendosi ai regolamenti degli atenei tunisini - alla presenza, durante una lezione, di una studentessa che indossava il niqab. La decisione è stata contestata da un gruppo di giovani salafiti, essi stessi studenti dell'università, che hanno cominciato a protestare all'esterno dell'aula dove il docente stava cercando di tenere la lezione. Vista l'impossibilità di proseguire la lezione, il docente è stato costretto a trasferirsi, con gli studenti, in un'altra sala. Ma i salafiti, dopo avere sfondato la porta, hanno fatto irruzione nell'aula e l’hanno aggredito. Stessa sorte è toccata a un altro docente che aveva cercato di riportare la calma. L'accaduto ha costretto la direzione dell'università a interrompere i corsi. (Fonte: Il Giornale 01-03-2012)

CINA. NEL 2012 PER LA RICERCA DI BASE 26% IN PIÙ
All'annuale Congresso del Popolo, il Primo Ministro cinese ha annunciato che il governo aumenterà nel 2012 gli investimenti in ricerca scientifica di base o, come si dice oggi, curiosity-driven, portandoli a 5,16 miliardi di dollari: il 26% in più rispetto al 2011. Con questi nuovi fondi il governo centrale porterà il suo contributo complessivo alla spesa in ricerca e sviluppo a 36,23 miliardi di dollari: oltre il 12% dell'intera spesa cinese in R&S. L'annuncio ha colto di sorpresa gli osservatori per due motivi. Il primo è che la crescita dell'economia cinese rallenterà quest'anno: sarà appena del 7,5%. E anche l'aumento della spesa pubblica sarà limato. Inoltre è noto che la gran parte della spesa cinese in R&S è più verso lo sviluppo economico che non verso la ricerca di base. Wen Jaobao ha voluto smentire, però, le facili previsioni. Dando una concreta dimostrazione che la Cina intende costruire sulla ricerca — su una solida ricerca — il suo futuro, non lontano, di prima potenza economica mondiale. Con questi numeri, sostiene il R&D Magazine, l'Asia continentale è diventata il motore della ricerca planetaria. In termini di risorse umane ha già superato gli Stati Uniti: la Cina conta ormai 1,5 milioni di ricercatori e laurea la metà dei nuovi ingegneri di tutto il mondo. E secondo il R&D Magazine il paese asiatico supererà il paese americano anche in termini di risorse economiche investite in ricerca entro il 2022: tra appena dieci anni. Ma la Cina è la grossa punta emergente dell'iceberg asiatico. I suoi investimenti in R&S sono aumentati al ritmo del 22% annuo tra il 1996 e il 2007. Ma la Malaysia (18%), la Thailandia e Singapore (col 14,5%), Taiwan (11%), Corea del Sud (10%) e India (9%) hanno realizzato performance al cospetto delle quali gli investimenti in R&S dell'Europa (6,5%) e degli Stati Uniti (6,0%) sono assai inferiori. (Fonte: P. Greco, L’Unità 12-03-2012)

I PRIMI 100 ATENEI DEL MONDO NELLA CLASSIFICA “T.H.E.” RESA NOTA IL 15 MARZO
Who are the global academic super-brands? Our list of the world’s top 100 universities ranked by reputation, based on the world’s largest academic opinion survey, will be published here on 15th March, 2012. Così il sito del Times Higher Education, World Reputation Rankings, annuncia la sua classificazione dei primi 100 atenei del mondo.
L'indagine si basa su una rilevazione condotta da Ipsos per Thomson Reuters su 17.554 risposte giunte da 137 Paesi rivolte a rappresentanti del mondo accademico. Viene chiesto loro di citare non più di 15 istituzioni tra quelle che rientrano nel loro campo di competenza, spiegandone le ragioni. Il 44 per cento delle informazioni arriva dagli Usa, il 28 dall’Europa e il 25 per cento dall'Asia e dal Medio Oriente.
Nella classifica annuale stilata da Times Higher Education, World Reputation Rankings l'istruzione superiore del nostro Paese ancora una volta non compare tra le prime cento come già negli anni scorsi. Quella di Times Higher Education è una classifica prestigiosa e riconosciuta ma anche molto criticata e, infatti, si discosta per alcuni aspetti da altre classifiche internazionali, come quella Ocse, nelle quali ad esempio gli Atenei italiani ricoprono posizioni più alte. Tra le novità più significative l'ingresso per la prima volta della Turchia con la Middle East Technical University anche se in coda, al 96˚ posto. Non c'è dubbio che gli Usa tengano ancora stretto il primato insieme all'Inghilterra. Harvard confermata al primo posto, seguita dal Massachusetts Institute of technology, poi l'inglese Cambridge, di nuovo gli Usa con Stanford e Berkeley, infine Oxford.
Identiche le posizioni nell'anno precedente, a parte Stanford e Berkeley che si sono scambiate il 4° e il 5° posto. Confermato anche il prestigioso ottavo posto per il Giappone. I ricercatori comunque rilevano una perdita di prestigio per le università americane anche se dominano ancora la scena. Un calo che sarebbe legato al pubblicizzato taglio dei fondi pubblici e che avrebbe ad esempio penalizzato l'università di San Diego, California, scesa di sei posti dal 30° al 36°.
Stesso discorso per il Regno Unito. Anche se istituzioni storiche come Oxford e Cambridge non perdono un colpo altri marchi importanti, invece, segnano il passo come l’Imperial College (da 11° a 13°), l'University College of London (da 19° a 21°) e l'Università di Edimburgo (da 45° a 49°).
Tra le prime cento sono 19 le nazioni rappresentate. Bene il Giappone con Tokio e Kyoto, anche se scende dal diciottesimo posto al ventesimo. Cresce il prestigio dell'Asia. La Cina ha due Atenei nei primi cento: Tsinghua (30°) e Peking (38°). Entrambe in ascesa come Singapore, da 27° a 23° e Taiwan, da 80° a 70°.
Uno dei curatori della ricerca, Phil Baty, redattore di Times Higher Education sottolinea come queste università siano entrate in un circolo virtuoso che permette loro di migliorare.  Grazie al prestigio conquistato possono scegliere tra i professori più richiesti, attraendo così anche gli studenti più motivati e dotati. Ci sono nuove forze che emergono e i segnali sono inequivocabili: l'oriente sta intaccando il predominio culturale dell'occidente. (Fonte: Il Giornale e timeshighereducation.co.uk 15-03-2012)



UNIBO
           
UNIBO. DOPO UN ANNO OCCUPATO IL 46% DEI LAUREATI TRIENNALI MA IL 69% È PRECARIO
Il tasso di occupazione dei dottori che hanno conquistato la laurea triennale nel 2010 all’Universita’ di Bologna è pari al 46%. Si tratta di una percentuale di poco superiore alle media nazionale (44%) e che si conferma analoga a quello della rilevazione sui laureati 2009. E’ quanto emerge dall’indagine condotta dall’Alma Mater che ha intevistato i laureati a un anno dal termine degli studi universitari. Tra gli occupati triennali, il 32% è dedito esclusivamente al lavoro, mentre il 14% coniuga la laurea specialistica con il lavoro. Più in dettaglio, tra chi continua gli studi iscrivendosi alla laurea specialistica (il 55%) il 41% è impegnato esclusivamente nello studio, mentre il 14% studia e lavora. Nove laureati triennali su cento non lavorano e non studiano e si dichiarano quindi alla ricerca di lavoro. Il lavoro stabile (contratti a tempo indeterminato e lavoro autonomo) coinvolge, a un anno dalla laurea, 30 ’dottori’ su cento, meno, quindi, della media nazionale che è del 36%. Per contro è precario il 69%, a fronte di una media nazionale del 64%.
Per quanto riguarda invece i laureati specialistici a un anno dal titolo, risulta occupato più di un laureato su due: 57,5 % rispetto alla media nazionale del 56%. Ma c’e’ anche quasi un quinto dei laureati specialistici (17%) che continua la formazione (a livello nazionale è il 14%). Chi cerca lavoro è quindi il 25,5% dei laureati specialistici, contro il 30% a livello nazionale. Il lavoro è stabile per un quarto dei laureati rispetto alla media nazionale del 33%. (Fonte: modena2000.it 09-03-2012)

UNIBO. MEMORANDUM DI INTESA TRA L’ALMA MATER E L’UNIVERSITÀ PARIS IV SORBONNE
Il Presidente dell’Università Paris IV Georges Molinié e il Rettore Ivano Dionigi hanno siglato oggi a Parigi un memorandum d’intesa per dare vita a una nuova stagione di relazioni tra due le istituzioni accademiche, le più antiche d’Europa. Al di là della specifiche vicende istituzionali che ne hanno fatto due protagoniste della cultura, le università hanno attivato negli anni una fitta rete di rapporti scientifici e accademici, con scambio di studenti, docenti e ricercatori, progetti di ricerca congiunti e di dottorati integrati, con una specifica attenzione agli studi umanistici, in particolare linguistico-letterari, filosofici e storico-culturali, prevalentemente sviluppati presso le Facoltà di Lettere e Lingue. L’accordo firmato intende facilitare i progetti scientifici, didattici e culturali comuni, valorizzando il lavoro dei ricercatori e le esperienze degli studenti e aprendo a nuove possibilità interdisciplinari nell’ambito delle scienze umane e delle scienze del linguaggio. La politica di ricerca di entrambe le istituzioni mira, infatti, a facilitare la collaborazione internazionale attraverso il superamento delle classificazioni tematiche e cronologiche tradizionali. In particolare saranno promossi progetti di ricerca, seminari e simposi, scuole estive per dottorandi e post-doc, scambio di materiale bibliografico oltre al supporto di percorso tematici interdisciplinari, con una particolare attenzione ai dottorati di ricerca. (Fonte: bologna2000.com 12-03-2012)

UNIBO. L'ALMA MATER INVESTE SU 33 RICERCATORI A TEMPO DETERMINATO
Il Senato accademico ha dato il via libera all'assunzione di 33 ricercatori a tempo determinato di cui 20 finanziati grazie all'intervento della Fondazione Carisbo di 3 milioni di euro. Il Senato ha cercato di coniugare le esigenze dell'Ateneo con le finalità statutarie della Fondazione Carisbo, che prevedono un'attenzione particolare alle realtà istituzionali fortemente orientate al sostegno e alla promozione di settori caratterizzati da rilevanza scientifica, culturale e sociale.
Cinque di questi ricercatori saranno dedicati al potenziamento delle relazioni internazionali con la Cina (tre su: lingua, cultura e diritto cinesi) e con il Brasile (due su: lingua portoghese e su sistema sanitario). Per quanto riguarda i progetti innovativi si segnalano due ricercatori in ambito di organizzazione e finanziamento delle aziende ospedaliero-universitarie; due nel comparto moda con particolare attenzione alle nuove tecnologie (Polo di Rimini); due nella gestione del turismo (Polo di Rimini): significativo l'impegno di Uni.Rimini per prolungare di un biennio il contratto di questi 4 ricercatori. Di alta valenza sociale due progetti congiunti tra Psicologia e Scienza dell'Educazione sulla difficoltà di apprendimento degli studenti disabili. Tre sono i ricercatori che saranno riservati per saperi di nicchia, da valorizzare e potenziare, in ambito umanistico: assiriologia, greco, storia medievale. Altrettanti sono i posti riservati per discipline scientifiche che si distinguono per risultati e prospettive: astronomia, paleontologia, fisiologia applicata alle neuroscienze. Infine un posto per una conclamata eccellenza, la chirurgia dei trapianti. A questi 20 posti a tempo determinato si aggiungono 13 posti di ricercatore su budget di Ateneo assegnati in base a particolari esigenze didattiche. I bandi saranno pubblicati nei prossimi mesi. (Fonte:

UNIBO A PORTATA DI APP
L’Università di Bologna ha scelto Life, Longari & Loman/L, L&L, per comunicare la riorganizzazione dell’offerta formativa e per trovare nuove modalità di dialogo con gli studenti. In occasione di Alma Orienta, evento dell’Università di Bologna di orientamento allo studio e al lavoro in cui l’Ateneo presenta la propria offerta didattica agli studenti delle scuole superiori, l’agenzia ha riformulato gli strumenti di comunicazione mettendo in campo le proprie eccellenze nella comunicazione multimediale, nel brand design, nella creazione di mobile application e nella videoproduzione. Il risultato è una nuovissima applicazione per smartphone e tablet, sistemi operativi iOs e Android, con l’offerta formativa completa, le mappe, i servizi, i contatti e tutto quello che serve per entrare virtualmente all’Università con un dispositivo mobile. Commenta l’amministratore dell’agenzia: “Riteniamo che con la mobile application l’Università abbia mutato radicalmente la relazione con i propri utenti, gli studenti. Avere l’Università a portata di app permetterà un approccio completamente rinnovato, destinato a rafforzare l’engagement con gli studenti in modo duraturo”.
(Fonte: pubblicitaitalia.it 07-03-2012)


CONVEGNI

XIV CONGRESSO NAZIONALE U.S.P.U.R.



Programma

09.00 Prof. Antonino Liberatore. Segretario Nazionale U.S.P.U.R.
Apertura dei lavori e indirizzi di saluto

09.15 On. Prof. Francesco Profumo, Ministro Istruzione, Università, Ricerca (Invitato)

09.30 On. Prof. Piero Giarda, Ministro Rapporti con il Parlamento (Invitato)

09.45 Ing. Matteo Prussi, Dottore di Ricerca
“Dai banchi al mondo reale: Passaggio Università-Industria”

10.10 Prof. Alessandra Petrucci, Consigliere C.U.N.
“Ordinamenti didattici e sistema delle professioni: distanze attuali e prospettive future”

10.30 Prof. Andrea Gavosto, Presidente Fondazione Giovanni Agnelli
“I nuovi laureati: La riforma del 3+2 alla prova del mercato del lavoro”

11.00 Prof. Andrea Cammelli, Direttore AlmaLaurea
“La condizione occupazionale dei laureati italiani nelle indagini AlmaLaurea”

11.30 Dott. Francesco Delzio, Manager e Saggista
“I “senza futuro”. Dalla rassegnazione alla reazione: la traversata dei giovani laureati del Sud nel deserto delle opportunità”

12.00 Ing. Sauro Pasini, Direttore Area Tecnica Ricerca Enel
“La Grande Industria: Attese dal mondo della Formazione Universitaria e Inserimento Neo laureati”

12.30 Interventi e Proposte.


CONVEGNO. LE NASCITE PRETERMINE: UN PROBLEMA CLINICO-SOCIALE
Convegno promosso dall’AMPE (Almae Matris Professores Emeriti)
Giovedì 29 marzo, ore 16, Accademia delle Scienze, Via Zamboni 31, Bologna
La nascita pretermine è un evento sempre più frequente e la crescente sopravvivenza di nati a epoche gestazionali estremamente precoci sta generando una nuova popolazione di soggetti con peculiari caratteristiche biologiche alla nascita e a lungo termine.
E’ indubbio che i progressi ottenuti in questi due ultimi lustri sia sul piano delle conoscenze scientifiche sia su quello tecnologico in campo ostetrico-ginecologico e neonatologico abbiano portato a una riduzione della mortalità neonatale in senso lato e di quella relativa ai nati pretermine. Oggi in Italia si hanno complessivamente percentuali di sopravvivenza pari a quelle registrate nei paesi più avanzati.
 Gli attuali tassi di sopravvivenza dei bambini nati pretermine prima del compimento di 30 settimane di gestazione e/o con un peso alla nascita non superiore a 1500 g sono elevati: intorno al 30-40% per i neonati di 500 g fino a essere maggiore del 90% per neonati di peso superiore a 1000 g.
 L’incremento di sopravvivenza dei neonati di peso basso, e in particolare di quelli estremamente piccoli (cioè di peso inferiore a 1000 g), rende necessario che il Centro presso il quale essi sono stati assistiti alla nascita se ne faccia carico anche dopo la dimissione. Tale processo, detto “follow up”, riconosce due finalità. La prima è la prosecuzione delle cure, che per certi aspetti rimangono peculiari per questa categoria di neonati, con l’obiettivo primario di fornire un servizio di elevata competenza a vantaggio del singolo bambino, identificandone i bisogni e o i problemi evolutivi, ma anche con l’obiettivo non secondario di avere informazioni di ritorno su tutta la casistica per modulare continuativamente la qualità delle cure neonatali del Centro stesso e per raccogliere dati utilizzabili per studi di area.
La seconda finalità è la sorveglianza degli esiti, continua, sistematica e prolungata nel tempo di tutta la popolazione a rischio, su scala locale, regionale, nazionale e internazionale, per valutare la frequenza e il tipo delle sequele e la qualità di vita nonché le variazioni quali/quantitative delle stesse in relazione alle modifiche nel tempo dei tassi di sopravvivenza (morbilità e nuovi sopravvissuti) e della qualità delle cure (morbilità e nuovi trattamenti).
Oltre al problema della sopravvivenza si deve pertanto affrontare anche quello delle sequele che possono incidere negativamente sullo sviluppo psico-fisico di questi bambini ed è pertanto indispensabile sia una diagnosi precoce sia una altrettanto precoce riabilitazione.
I vari complessi aspetti di tipo assistenziale saranno affrontati dal ginecologo-ostetrico prof. Nicola Rizzo, dai neonatologi prof. Giacomo Faldella e prof. Guido Cocchi e dalla psicologa prof.ssa Alessandra Sansavini. Saranno affrontati anche gli aspetti organizzativi dell’assistenza neonatologica e i problemi etici legati alla terapia intensiva neonatologica, con considerazioni anche sui costi rilevanti che ne conseguono.
Particolare attenzione sarà anche posta al coinvolgimento dei genitori nella condivisione delle delicate decisioni che via via si devono assumere.
Tutte queste tematiche saranno affrontate dal Convegno promosso dall’AMPE (Almae Matris Professores Emeriti), coordinato dal Professore Emerito di Pediatria prof. Gian Paolo Salvioli, che si terrà il 29 marzo alle ore 16 presso l’Accademia delle Scienze, Via Zamboni 31, Bologna.

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La redazione di INFORMAZIONI UNIVERSITARIE
è a cura di Paolo Stefano Marcato